Qual è il protettivo ideale per una superficie in cocciopesto?
Se osserviamo molte superfici storiche in cocciopesto, la prima cosa che colpisce è che spesso sono arrivate fino a noi senza vernici sintetiche, resine o trattamenti moderni. In parte il motivo è semplice: il cocciopesto nasce già come un materiale particolarmente resistente all’umidità. I Romani lo utilizzavano per cisterne, terme, canali e opere idrauliche proprio perché sopportava molto bene il contatto con l’acqua.
Questo non significa che le superfici non venissero mai trattate. Le fonti antiche e le ricerche archeologiche mostrano che i Romani conoscevano bene le proprietà protettive di materiali naturali come la cera d’api e la pece. Plinio il Vecchio descrive la zopissa, una miscela utilizzata nella cantieristica antica per proteggere e impermeabilizzare le imbarcazioni, mentre recenti analisi archeologiche hanno confermato l’impiego di composti a base di cera e pece su navi romane.
Per questo motivo la cera d’api viene spesso considerata uno dei trattamenti più coerenti con la tradizione dei materiali antichi. Applicata correttamente, non crea una pellicola plastica sulla superficie ma aiuta a limitare l’assorbimento dell’acqua, valorizza il colore del cocciopesto e mantiene la naturale traspirabilità del supporto. È anche una scelta che segue la stessa logica costruttiva romana: utilizzare materiali semplici, compatibili e facilmente rinnovabili nel tempo.



