È possibile riprodurre oggi l’autentico cocciopesto romano?
Sì, almeno in parte. Oggi conosciamo gli ingredienti principali utilizzati dai Romani e diversi gruppi di ricerca stanno cercando di ricostruire le antiche ricette attraverso analisi archeologiche ed esperimenti pratici. Il problema è che conoscere gli ingredienti non significa automaticamente ottenere lo stesso risultato.
Il cocciopesto romano non era un prodotto industriale con una formula identica ovunque. Cambiavano la qualità della calce, il tipo di laterizio utilizzato, la granulometria dei frammenti e perfino il modo di impastare e stendere la malta. Due cantieri distanti poche decine di chilometri potevano produrre materiali leggermente diversi.
Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno ricreato malte di opus signinum utilizzando calce spenta e laterizi macinati secondo tecniche tradizionali. Gli esperimenti hanno mostrato che il materiale ottenuto possiede ancora caratteristiche molto vicine a quelle descritte dalle fonti storiche, in particolare per quanto riguarda il comportamento nei confronti dell’acqua.
C’è però un dettaglio che spesso viene trascurato. I Romani non si limitavano a mescolare gli ingredienti. Il cocciopesto veniva generalmente applicato in più strati, battuto, compattato e mantenuto umido durante l’indurimento. Era un processo artigianale che richiedeva esperienza e che influenzava il risultato finale tanto quanto la ricetta stessa.
Per questo motivo sarebbe più corretto dire che oggi possiamo riprodurre un cocciopesto molto vicino a quello romano, ma difficilmente identico in ogni dettaglio. Le materie prime non sono sempre le stesse e, soprattutto, sono cambiate le modalità di produzione.
La buona notizia è che il principio che rese famoso questo materiale oltre duemila anni fa continua a funzionare ancora oggi: una buona calce unita a laterizi macinati può dare origine a una malta durevole, traspirante e particolarmente adatta agli ambienti umidi.


