Quando si parla di impermeabilizzazione nel mondo romano, l’attenzione si concentra quasi sempre su calce, pozzolana e cocciopesto. Eppure esisteva un altro universo tecnico, molto meno conosciuto ma altrettanto raffinato: quello dei protettivi organici utilizzati per difendere il legno dall’acqua. Una ricerca pubblicata nel 2026 su Frontiers in Materials ha riportato questo tema al centro dell’attenzione studiando i rivestimenti impermeabilizzanti del relitto romano-repubblicano Ilovik–Paržine 1, naufragato circa 2.200 anni fa lungo la costa dell’attuale Croazia. Le analisi molecolari e polliniche effettuate sui residui di rivestimento hanno identificato una serie di materiali naturali utilizzati per proteggere lo scafo, fra cui pece di conifera e una miscela particolarmente interessante di pece e cera d’api collegata alla cosiddetta zopissa, citata già da Plinio il Vecchio. Il dato è importante perché mostra che i Romani non impermeabilizzavano le navi con un semplice materiale isolante, ma con formulazioni complesse progettate per aderire al legno, respingere l’acqua salata e resistere all’ambiente marino nel tempo.
La Zopissa e i Protettivi Organici del Mediterraneo Antico
Pece, Resine e Cera d’Api Formavano un Sistema Impermeabilizzante Sorprendentemente Evoluto
Lo studio del relitto Ilovik–Paržine 1 ha identificato nei rivestimenti dello scafo una forte presenza di pece ottenuta dal trattamento termico di resine o legni di conifera, probabilmente pini mediterranei. Questo tipo di materiale costituiva la base principale dell’impermeabilizzazione navale romana e greca. Ma il dato più interessante riguarda uno dei campioni analizzati, risultato diverso dagli altri: una miscela composta da pece e cera d’api, che gli studiosi collegano direttamente alla zopissa descritta da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia (XVI, 23). Secondo la ricerca, questa formulazione offriva caratteristiche molto specifiche:
- La pece garantiva adesione e impermeabilità
Ottenuta attraverso il riscaldamento controllato di resine e legni resiniferi, la pece penetrava nelle fibre del legno creando una barriera idrofobica resistente all’acqua marina.
Le analisi molecolari del relitto mostrano una composizione dominata da derivati di conifera riscaldati ad alta temperatura.
- La cera d’api rendeva il composto più elastico e lavorabile
La ricerca evidenzia che l’aggiunta di cera migliorava flessibilità e applicabilità del rivestimento quando veniva scaldato.
Questo aspetto era fondamentale sulle superfici lignee delle navi, continuamente soggette a movimenti, dilatazioni e vibrazioni durante la navigazione.
- La zopissa non era un materiale improvvisato
La miscela individuata mostra una formulazione molto precisa, segno che le maestranze mediterranee possedevano una conoscenza pratica avanzata delle proprietà dei materiali organici.
Gli studiosi parlano infatti di vere tradizioni tecniche regionali sviluppate nel tempo in funzione delle risorse disponibili e delle esigenze navali.
- I rivestimenti venivano applicati in più fasi durante la vita della nave
Le analisi statistiche e polliniche hanno individuato almeno quattro o cinque differenti “batch” di rivestimento, suggerendo interventi successivi di manutenzione e riparazione effettuati in porti diversi del Mediterraneo Adriatico.
- La cera d’api aveva un ruolo tecnico, non solo protettivo
Il suo impiego non sembra legato semplicemente all’idea di “rendere impermeabile” la superficie.
La cera contribuiva probabilmente a modificare viscosità, elasticità e comportamento applicativo della miscela, rendendo il rivestimento meno fragile e più stabile nel tempo.
Uno degli aspetti più affascinanti emersi dalla ricerca è che questi materiali organici, spesso considerati secondari rispetto al legno della nave stessa, conservano in realtà una quantità enorme di informazioni tecniche. Attraverso l’analisi chimica e perfino del polline intrappolato nella pece, gli studiosi sono riusciti non solo a identificare i materiali utilizzati, ma anche a ricostruire parte della storia manutentiva e degli spostamenti dell’imbarcazione nel Mediterraneo antico.
La Cera d’Api Non Serviva Solo alle Navi
Nel mondo romano era impiegata anche su superfici decorative, legno e materiali porosi
Uno degli aspetti più interessanti che emerge studiando la zopissa e i rivestimenti navali antichi è che la cera d’api non apparteneva esclusivamente al mondo marittimo. Nel Mediterraneo romano era un materiale diffusissimo, utilizzato in ambiti molto diversi fra loro: pittura, trattamento del legno, impermeabilizzazione, lucidatura e protezione delle superfici. Questo aiuta a comprendere meglio perché la miscela individuata nel relitto Ilovik–Paržine 1 non debba essere letta come una soluzione isolata o sperimentale. La cera d’api faceva già parte di una cultura tecnica molto ampia, in cui le sostanze naturali venivano modificate e combinate in funzione delle proprietà desiderate. Nel caso dell’edilizia e delle superfici decorative, le fonti antiche e le analisi moderne mostrano diversi utilizzi significativi:
- Lucidatura e protezione delle superfici a calce
Le cere naturali venivano impiegate per aumentare compattezza superficiale e idrorepellenza di intonaci e finiture decorative.
In particolare sulle superfici molto compresse e lucidate, la cera contribuiva a limitare l’assorbimento dell’acqua e ad aumentare profondità visiva e brillantezza della superficie.
- Protezione del legno architettonico
Travature, elementi lignei esposti e manufatti decorativi potevano essere trattati con composti cerosi o resinati per rallentare l’assorbimento di umidità e migliorare la durabilità del materiale.
- Pittura a encausto
Uno degli impieghi più celebri della cera d’api nel mondo antico era la pittura encaustica, tecnica in cui il pigmento veniva miscelato con cera riscaldata.
Sebbene più diffusa in ambito artistico e decorativo che nell’edilizia murale ordinaria, dimostra quanto sofisticata fosse già la conoscenza romana delle proprietà della cera come legante e protettivo.
- Miscele con resine e pece
La ricerca sul relitto adriatico conferma una pratica probabilmente molto diffusa nel Mediterraneo antico: combinare materiali differenti per ottenere proprietà intermedie impossibili da raggiungere con un solo componente.
La cera riduceva fragilità e rigidità della pece, mentre la pece garantiva maggiore adesione e impermeabilità.
- Compatibilità con materiali minerali e organici
A differenza di molti rivestimenti filmogeni moderni, cere e resine naturali lavoravano in continuità con il supporto invece di creare una barriera completamente separata.
Questo aspetto è particolarmente interessante perché spiega la lunga sopravvivenza di molte superfici antiche trattate con materiali organici naturali.
La ricerca sulla zopissa aiuta quindi a leggere questi materiali in modo diverso. Non come semplici “rimedi antichi” contro l’acqua, ma come parte di una vera tecnologia delle superfici, sviluppata empiricamente nel corso dei secoli e fondata sulla conoscenza diretta del comportamento di cere, resine, calce e legno. È probabilmente anche per questo che molte formulazioni contemporanee della bioedilizia, soprattutto nei trattamenti naturali per legno, calce e superfici minerali, continuano ancora oggi a utilizzare cera d’api, resine vegetali e oli naturali come componenti fondamentali.
I Romani e La Cultura dei Protettivi Naturali
Lo studio sul relitto Ilovik–Paržine 1 restituisce un’immagine molto interessante del Mediterraneo antico: una cultura tecnica in cui impermeabilizzare e proteggere le superfici non significava semplicemente “coprire” un materiale, ma modificarne il comportamento attraverso sostanze naturali compatibili con il supporto. Pece, resine e cera d’api non erano utilizzate casualmente. Venivano combinate, scaldate, rese più elastiche o più adesive a seconda dell’impiego finale. Ed è proprio questa logica formulativa a rendere la ricerca così attuale ancora oggi.
Nel mondo romano esistevano infatti diversi sistemi naturali di protezione delle superfici. Oltre ai composti cerosi e resinati utilizzati sulle navi e sul legno, troviamo anche trattamenti minerali e organici legati all’edilizia decorativa, alle superfici a calce e agli intonaci lucidati. In questo panorama rientrano probabilmente anche materiali celebri come il sapone nero mediterraneo, impiegato storicamente per proteggere e compattare superfici minerali a base di calce in diverse tradizioni artigianali del Mediterraneo. Più che singoli “prodotti”, emerge quindi una vera cultura della protezione naturale delle superfici, fondata sulla conoscenza empirica dei materiali e sulla loro compatibilità reciproca.
Per approfondire le analisi chimiche, polliniche e archeometriche complete sul rivestimento della nave romana Ilovik–Paržine 1, la ricerca integrale è disponibile nello studio pubblicato su Frontiers in Materials:
“Molecular and pollen analyses of waterproofing coatings from the Roman shipwreck Ilovik–Paržine 1”.



