Sono stati davvero i Romani a inventare il cocciopesto?

Antico esempio di cocciopesto romano

Non esattamente. Se per cocciopesto intendiamo una malta composta da calce e ceramica frantumata, le tracce più antiche portano fuori da Roma e molto prima dell’Impero. Uno dei riferimenti più interessanti arriva da Tell el-Burak, in Libano, dove gli archeologi hanno documentato intonaci fenici a base di calce utilizzati in un impianto vinario già nel VII secolo a.C.. In quel contesto l’uso di rivestimenti resistenti all’acqua era fondamentale.

Anche nel mondo punico la tecnica era conosciuta prima della grande diffusione romana. A Kerkouane, in Tunisia, città punica distrutta nel 256 a.C., sono stati trovati pavimenti in signinum all’interno delle abitazioni. Questo dato è importante perché la distruzione della città offre un limite cronologico abbastanza chiaro: quei pavimenti sono anteriori alla piena espansione romana in Nord Africa.

Un altro esempio molto utile viene dalla Sicilia ellenistica. A Morgantina, in Sicilia, Barbara Tsakirgis ha studiato pavimenti in opus signinum databili dal III secolo a.C. fino alla fase romana della città. Qui il materiale compare nelle case, non soltanto in opere idrauliche, e mostra come la tecnica fosse già ben inserita nel mondo mediterraneo prima di diventare “romana” nel senso più comune del termine.

Il ruolo dei Romani resta però enorme. Sono loro a portare questa tecnica a una scala mai vista prima: cisterne, terme, acquedotti, ville, pavimenti, porti, fontane. Vitruvio ne descrive la preparazione nel De Architectura e da quel momento l’opus signinum entra stabilmente nella grande edilizia romana.

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