È vero che i Romani usavano già la cera d’api per proteggere i materiali?
Sì, e oggi ne abbiamo una conferma molto interessante. Per anni la zopissa, una miscela di pece e cera d’api descritta da Plinio il Vecchio, è rimasta conosciuta quasi soltanto attraverso i testi antichi. Di recente, però, un gruppo di ricercatori ha identificato proprio questa miscela sul relitto romano Ilovik–Paržine 1, affondato nell’Adriatico oltre duemila anni fa. Le analisi hanno mostrato che gli antichi costruttori navali non utilizzavano soltanto pece di pino. In alcuni punti dello scafo aggiungevano anche cera d’api, ottenendo un rivestimento più elastico, più facile da applicare quando era caldo e più efficace nel proteggere il legno dall’acqua marina.
Questo ritrovamento è importante perché dimostra che i testi di Plinio descrivevano una tecnica realmente utilizzata e non una semplice curiosità dell’epoca. Naturalmente una nave e una parete non sono la stessa cosa. Cambiano i materiali e cambia la funzione. Il principio, però, rimane molto simile: scegliere sostanze naturali compatibili con il supporto, capaci di proteggerlo senza isolarlo completamente. È una filosofia che ritroviamo ancora oggi nel restauro e nelle finiture minerali. Dopo oltre duemila anni, la cera d’api continua a essere apprezzata non perché appartenga alla tradizione, ma perché svolge ancora molto bene il suo lavoro.



