Come coloravano le pareti gli antichi Romani?
Entrando in una casa romana oggi vediamo soprattutto muri spogli. In origine, però, era raro trovare una parete lasciata del colore dell’intonaco. Le superfici venivano colorate, uniformate, velate oppure decorate con finiture minerali ottenute da materiali naturali. In un certo senso erano le pitture per interni dell’epoca, anche se molto diverse da quelle moderne.
La base era quasi sempre un intonaco di calce ben preparato. Su questa superficie si applicavano latte di calce, pigmenti minerali e terre naturali, scelti in base al colore desiderato e alla funzione dell’ambiente. Ocre gialle e rosse, terre d’ombra, neri minerali e, negli edifici più prestigiosi, anche pigmenti costosi come il blu egizio o il cinabro. Non tutte le pareti erano affrescate con scene elaborate. Molte ricevevano semplicemente una tinta uniforme oppure leggere velature che rendevano gli ambienti più luminosi e piacevoli. Le decorazioni più ricche erano riservate agli spazi di rappresentanza, mentre gli ambienti di servizio venivano rifiniti con soluzioni più semplici.
Osservando le case di Pompei, Ercolano e Oplontis si capisce quanto il colore facesse parte dell’architettura romana. Non era un’aggiunta finale, ma un elemento progettato insieme agli intonaci e alle murature. In fondo, l’idea di vivere in ambienti con pareti colorate non è una moda recente. I Romani lo facevano già duemila anni fa, utilizzando quasi esclusivamente calce, terre naturali e pigmenti minerali.


