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Le Origini del Blu Oltremare

Da Dove Veniva il Blu dei Grandi Maestri?

Un frammento di blu oltremare conservato in un dipinto del Quattrocento può sembrare soltanto un colore. Per un geologo è qualcosa di più. Può contenere tracce di una montagna, di una miniera e perfino di un’antica rotta commerciale. Per questo motivo da anni studiosi e restauratori cercano di rispondere a una domanda apparentemente semplice: da dove proveniva il lapislazzuli utilizzato per produrre il blu più prezioso della storia? La ricerca che analizzeremo parte proprio da qui. L’obiettivo non è studiare il colore in sé, ma capire se sia possibile riconoscere l’origine geografica del pigmento osservandone la composizione. In altre parole, stabilire se un granello di blu possa ancora raccontare il luogo in cui è nato.

Le Tre Montagne del Lapislazzuli

Afghanistan, Russia e Cile

Per gran parte della storia europea il blu oltremare arrivava da molto lontano. Il suo nome deriva proprio da questo. “Oltremare” indicava infatti una materia prima proveniente da terre oltre il Mediterraneo e oltre le principali rotte commerciali conosciute dagli artisti europei. La ricerca prende in esame tre delle più importanti aree di provenienza del lapislazzuli.

  • Badakhshan, Afghanistan: Fra tutti i giacimenti conosciuti, quello di Badakhshan è probabilmente il più celebre. Situato tra le montagne dell’Afghanistan nord-orientale, fornisce lapislazzuli da migliaia di anni. Molti studiosi ritengono che gran parte del blu utilizzato nell’antico Egitto, nel Vicino Oriente e successivamente nell’Europa medievale abbia avuto origine proprio in questa regione. Le sue pietre erano così apprezzate da attraversare continenti prima di raggiungere botteghe e laboratori.
  • Lago Baikal, Russia: A migliaia di chilometri di distanza si trovano i depositi dell’area del Lago Baikal. Pur essendo meno noti rispetto a quelli afghani, hanno fornito lapislazzuli utilizzato sia come pietra ornamentale sia per la preparazione di pigmenti. Dal punto di vista scientifico sono particolarmente interessanti perché presentano caratteristiche mineralogiche differenti rispetto ai campioni provenienti dall’Asia centrale.
  • Ovalle, Cile: Il terzo gruppo di campioni studiato proviene dalla regione di Coquimbo, nei pressi di Ovalle, Cile. Si tratta di una provenienza meno legata alla storia dell’arte europea, ma molto utile per comprendere quanto possano cambiare composizione e struttura del lapislazzuli quando si forma in ambienti geologici differenti. Un aspetto importante emerge già a questo punto.
Pietra di Lapislazzuli dell'Afghanistan - Museo di Storia Naturale di Washington

Pietra di Lapislazzuli dell’Afghanistan – Museo di Storia Naturale di Washington

Il lapislazzuli non è un singolo minerale. Al suo interno possono comparire componenti diversi, presenti in quantità variabili a seconda del giacimento. Fra i più importanti troviamo:

  • Lazurite – responsabile della colorazione blu.
  • Calcite – generalmente visibile come inclusioni chiare o biancastre.
  • Pirite – riconoscibile per i caratteristici riflessi dorati.
  • Minerali accessori – presenti in quantità minori ma spesso utili per distinguere una provenienza dall’altra.

È proprio questa complessità a rendere possibile la ricerca. Se ogni giacimento possiede una propria combinazione di minerali, forse il pigmento conserva ancora una sorta di firma geologica. Una firma che, se riconosciuta correttamente, potrebbe permettere di seguire il viaggio del blu dalle montagne fino alla superficie di un dipinto.

La Firma del Blu Oltremare

Come i Ricercatori Hanno Distinto Tre Lapislazzuli Apparentemente Identici

Per verificare l’origine del lapislazzuli, i ricercatori non si sono limitati a osservare il colore. Hanno analizzato campioni provenienti dai tre principali giacimenti storici  confrontando sia la pietra grezza sia i pigmenti ottenuti attraverso il tradizionale processo di purificazione utilizzato per produrre il blu oltremare. Lo studio ha impiegato diverse tecniche analitiche, tra cui microscopia elettronica, analisi elementare e diffrazione a raggi X. L’obiettivo era individuare caratteristiche che sopravvivessero anche dopo la trasformazione della pietra in pigmento. I risultati hanno mostrato che il blu non racconta tutta la storia. A fare la differenza sono soprattutto i minerali che accompagnano la lazurite, il componente responsabile della colorazione.

Analisi Microscopiche sul Lapisazzuli

Lapislazzuli dell’Afghanistan: I campioni provenienti dal distretto di Badakhshan hanno mostrato una composizione particolarmente ricca di lazurite e una presenza limitata di alcuni minerali accessori osservati negli altri giacimenti. Non è un dettaglio secondario. Le miniere afghane sono considerate la fonte storica più importante del lapislazzuli utilizzato nel mondo antico, nel Medioevo e nel Rinascimento. Molti studiosi ritengono che gran parte del blu oltremare impiegato dai grandi maestri europei provenisse proprio da questa regione.

Lapislazzuli della Siberia: I campioni siberiani si sono rivelati differenti soprattutto per la presenza di specifiche associazioni mineralogiche che non compaiono con la stessa frequenza nei materiali afghani. Questi minerali accessori funzionano come una sorta di impronta geologica. Anche quando il lapislazzuli viene macinato e trasformato in pigmento, alcune tracce della sua origine rimangono riconoscibili.

Lapislazzuli del Cile: I campioni provenienti dalla regione di Ovalle, in Cile, hanno mostrato caratteristiche ancora diverse. La combinazione tra composizione elementare e minerali associati ha permesso ai ricercatori di separare con buona affidabilità i campioni cileni da quelli afghani e siberiani. Proprio questa distinzione rappresenta uno dei risultati più importanti dello studio.

Blu Oltremare Puro in Polvere

Blu Oltremare Puro in Polvere

Dai Giacimenti ai Dipinti

Il Viaggio del Blu Fino ai Maestri

Dimostrare che Afghanistan, Siberia e Cile possiedono lapislazzuli differenti era soltanto il primo passo. La vera sfida consisteva nel capire se queste differenze fossero ancora riconoscibili dopo secoli e, soprattutto, dopo la trasformazione della pietra nel prezioso pigmento utilizzato dai pittori. Per questo motivo gli autori hanno deciso di mettere alla prova il metodo su opere reali. Non campioni di laboratorio, ma superfici dipinte tra Medioevo e Rinascimento, dove il blu oltremare era stato applicato centinaia di anni fa. I risultati non hanno fornito certezze assolute, ma hanno mostrato che la strada intrapresa era quella giusta.

Kariye Museum, Istanbul, Turchia – Il primo caso studio riguarda gli affreschi e i mosaici del Kariye Museum, l’antica Chiesa di San Salvatore in Chora, uno dei più importanti complessi artistici del periodo bizantino. Qui i ricercatori hanno esaminato il pigmento blu confrontandolo con i campioni geologici analizzati in precedenza. Lo scopo non era attribuire immediatamente una provenienza certa, ma verificare se il materiale conservasse ancora tracce utili all’identificazione. L’esperimento ha confermato che il pigmento mantiene caratteristiche mineralogiche riconoscibili anche dopo la lavorazione. Questo risultato è stato fondamentale perché ha dimostrato che il metodo poteva essere applicato anche a opere storiche particolarmente antiche.

Cappella di Teodolinda, Duomo di Monza – Il secondo caso studio è probabilmente il più interessante per la storia dell’arte europea. Gli affreschi della Cappella di Teodolinda furono realizzati dalla famiglia Zavattari tra il 1441 e il 1446 e rappresentano uno dei cicli pittorici più importanti del gotico internazionale italiano. Analizzando il blu utilizzato nelle decorazioni, i ricercatori hanno individuato caratteristiche compatibili con il lapislazzuli proveniente dall’Afghanistan. Il risultato appare particolarmente plausibile dal punto di vista storico. Nel XV secolo il Badakhshan era infatti considerato la principale fonte mondiale di lapislazzuli di alta qualità e i mercanti veneziani controllavano gran parte del commercio che portava il pigmento in Europa. Lo studio non afferma che ogni particella di blu provenga con certezza da quella regione, ma mostra come i dati scientifici siano coerenti con quanto già noto dalle fonti storiche.

Affresco all'interno dellaCappella di Teodolinda, Duomo di Monza

Affresco all’interno dellaCappella di Teodolinda, Duomo di Monza

Santa Giustina di Romanino, Padova – Il terzo test è stato condotto sulla pala di Santa Giustina dipinta da Romanino nel XVI secolo. Anche in questo caso l’obiettivo era verificare se il pigmento conservasse informazioni sufficienti per essere confrontato con i campioni di riferimento. I risultati hanno confermato ancora una volta che la purificazione del lapislazzuli non cancella completamente la sua identità mineralogica. Alcuni minerali accessori sopravvivono infatti al processo di lavorazione e possono essere utilizzati come indicatori della provenienza originaria.

È un dettaglio apparentemente tecnico, ma dalle conseguenze molto importanti. Per la prima volta diventava possibile utilizzare il pigmento stesso come documento storico. Le conclusioni della ricerca sono prudenti ma significative. Gli autori non sostengono di poter attribuire ogni blu a una miniera precisa. Dimostrano però che il lapislazzuli conserva una sorta di impronta geologica e che questa può essere studiata anche se il materiale è stato macinato, purificato e trasformato in colore centinaia di anni prima. Qui trovi la ricerca completa realizzata da diverse collaborazioni tra cui L’Università della Sapienza di Roma e l’Università di Padova: “Characterization of lapis lazuli and corresponding purified pigments for a provenance study of ultramarine pigments used in works of art”

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