Che cosa racconta Cennino Cennini sui colori delle botteghe medievali?
Cennino Cennini non parla dei colori come li intendiamo oggi, già pronti in un tubetto. Nel Libro dell’Arte il colore è una materia da conoscere con le mani. Si compra, si sceglie, si macina, si lava, si impasta, si conserva. Ogni pigmento ha un carattere diverso. Alcuni sopportano bene la calce fresca, altri no. Alcuni vanno tritati piano, altri cambiano se vengono lavorati troppo.
Questa è la parte più viva del suo trattato. Cennino distingue i colori adatti all’affresco da quelli che è meglio usare a secco. Per lavorare “in fresco” cita colori come ocra, sinopia, terra verde, nero, bianco San Giovanni, cinabrese e giallorino; altri, come orpimento, azzurro della Magna, minio, biacca, verderame e lacca, li considera più delicati sulla calce fresca.
Il suo modo di parlare dell’oltremare fa capire quanto certi pigmenti fossero preziosi. Non lo tratta come un blu qualsiasi. Lo descrive come un colore nobile, da usare con attenzione, da macinare poco e con mano leggera, perché una lavorazione sbagliata poteva rovinarne la bellezza.
Cennino è importante proprio per questo. Non fa una teoria astratta dei colori. Racconta il mestiere. Il pittore doveva sapere quale terra reggeva sul muro, quale rosso imitava il cinabro, quale verde veniva dalla terra, quale azzurro costava caro, quale bianco serviva per schiarire. Nel suo libro si sente ancora la bottega: pietra da macinare, acqua, colla, calce, pennelli, tavole preparate, intonaci freschi. Il colore non è mai separato dalla tecnica. È materiale vivo, e va trattato bene.


