Perché Plinio il Vecchio è così importante per conoscere i colori dei Romani?

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Plinio il Vecchio non era un pittore. Non era un decoratore di pareti. Però ha lasciato una delle testimonianze più preziose sui colori usati nel mondo romano.

Nella Naturalis Historia, soprattutto nel libro XXXV, Plinio parla di pittura, pigmenti, terre colorate, minerali, prezzi, provenienze e qualità dei materiali. Per chi studia oggi i colori antichi, quelle pagine sono importanti perché raccontano i pigmenti non come idee astratte, ma come materie vere: da dove arrivavano, come venivano scelti, quali erano considerati migliori, quali costavano di più.

Nomina terre rosse come la sinopia, bianchi come la cerussa, neri artificiali e naturali, pigmenti ricavati da minerali, colori preziosi e colori più comuni. Parla anche dei pittori antichi e delle tecniche, ma la parte più interessante per noi è proprio questa attenzione alla materia. Il colore non è solo “rosso” o “giallo”. È una terra cavata in un luogo preciso, una polvere lavorata, un minerale commerciato, un prodotto che può essere buono, mediocre o falso.

Naturalmente Plinio va letto con prudenza. Alcune sue spiegazioni non coincidono sempre con quello che oggi mostrano le analisi chimiche e archeometriche. Gli studiosi ricordano, per esempio, che certe sue idee sull’origine della pittura o sui primi colori non vanno prese alla lettera.

Resta però un punto fermo. Senza Plinio sapremmo molto meno di come i Romani guardavano ai colori. Non solo come bellezza, ma come materiali da comprare, scegliere, macinare, applicare su muri, tavole, statue e decorazioni.

Per questo la Naturalis Historia è ancora oggi una fonte fondamentale. Non ci dà una tavolozza moderna già ordinata, ma ci fa entrare nella mentalità di un’epoca in cui il colore apparteneva alla terra, alle miniere, alle botteghe e al commercio.

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