Che colori si usavano per decorare nell’antico Giappone?
Nel Giappone antico il colore non viveva solo nei dipinti su carta o seta. Entrava nei templi, nei paraventi, nelle sculture lignee, nelle lacche, nelle pitture murali e negli intonaci. Spesso erano superfici calme, controllate, ma costruite con materiali molto precisi: minerali macinati, terre, colle naturali, conchiglie, nerofumo, cinabro.
Il bianco aveva un ruolo importante. Il gofun, ottenuto da gusci di conchiglia finemente lavorati, è uno dei bianchi tradizionali della pittura giapponese. Non ha la freddezza di certi bianchi moderni. È più morbido, più materico, adatto a velature e campiture delicate.
Per i blu e i verdi si usavano pigmenti minerali preziosi. L’azzurrite dava blu intensi, mentre la malachite forniva verdi profondi. Nella tradizione degli iwa-enogu, i pigmenti minerali giapponesi, questi materiali venivano macinati in granulometrie diverse; la grandezza del granello cambiava anche la forza e la luce del colore.
Il rosso più importante era il cinabro, usato in decorazioni, lacche, pitture e contesti di pregio. Nelle pitture murali del tumulo di Takamatsuzuka, costruito tra VII e VIII secolo nell’area di Asuka, le analisi hanno identificato proprio cinabro per il rosso, azzurrite per il blu e malachite per il verde.
C’erano poi i neri da carbone o nerofumo, le terre più scure, i gialli e i bruni minerali. Non bisogna immaginare una tavolozza povera. Era una tavolozza misurata, dove il colore dipendeva molto dalla materia: dalla polvere del minerale, dal legante, dal supporto, dalla luce radente su una parete o su un pannello.



