Che colori usavano gli artigiani della Mesopotamia antica?
Nella Mesopotamia antica il colore nasceva quasi sempre da materiali semplici: terre, minerali, pietre macinate, bitume e pigmenti naturali raccolti o commerciati lungo le vie tra Tigri ed Eufrate. I colori più comuni erano quelli della terra. Ocre gialle, terre rosse, bruni e neri venivano usati per intonaci, decorazioni, ceramiche e oggetti rituali. Erano pigmenti stabili, facili da reperire e adatti a superfici molto diverse.
Il nero aveva spesso origine dal carbone o dal bitume, materiale molto presente in Mesopotamia e utilizzato anche come impermeabilizzante e legante in alcune lavorazioni. Per i colori più preziosi il discorso cambiava. Il lapislazzuli, arrivato soprattutto dall’area dell’attuale Afghanistan, era uno dei materiali più ricercati. Non veniva usato come una normale pittura murale, ma soprattutto per intarsi, gioielli, sigilli, statue e decorazioni di lusso.
Anche il verde e il blu potevano comparire attraverso pietre, paste vitree, faience e smalti, soprattutto negli edifici e negli oggetti più importanti. La Porta di Ishtar, a Babilonia, è forse l’esempio più famoso di questa ricerca del colore attraverso superfici invetriate.
La Mesopotamia non aveva una tavolozza fatta solo di pigmenti da parete. Il colore entrava nei muri, negli smalti, nei mattoni, nelle pietre preziose e negli oggetti. È per questo che, parlando di colori mesopotamici, bisogna guardare non solo alle pitture, ma anche ai materiali stessi.


