Quali colori si usavano nell’antica India?
Nell’antica India il colore nasceva spesso da materiali molto concreti: terre, minerali, carbone, calce, conchiglie macinate, piante tintorie. Le pitture murali non erano pensate come quadri appesi a una parete. Erano parte dell’architettura. Grotte, templi, pareti intonacate, soffitti, colonne, superfici scavate nella roccia. Il colore serviva a dare vita allo spazio.
Nelle grotte di Ajanta, nel Maharashtra, la tavolozza era fatta di pigmenti minerali stesi su preparazioni di fango e calce. Le analisi citano ocra rossa, ocra gialla, verde terra, nero carbone, bianco da calce o caolino, e in alcuni casi lapislazzuli, probabilmente importato e usato con più parsimonia.
Il rosso e il giallo erano colori fondamentali. Venivano dagli ossidi di ferro, quindi da terre robuste, adatte alle superfici murali. Il nero si otteneva dal carbone o dal nerofumo. Il bianco poteva arrivare dalla calce, dal gesso, da conchiglie o materiali calcarei. Per i verdi si usavano terre verdi o minerali di rame; per certi blu, materiali molto più preziosi, come il lapislazzuli.
Non bisogna però immaginare una sola India, con una sola ricetta. Le tecniche cambiavano tra grotte buddhiste, templi, pitture murali del sud, miniature, tessuti e decorazioni popolari. In alcuni casi comparivano anche pigmenti come cinabro, orpimento, malachite, indaco e lacche organiche.
La cosa più bella è che molti di questi colori non erano separati dal supporto. Lavoravano con l’intonaco, con la roccia, con la luce bassa delle grotte. Non erano colori “da superficie”. Erano colori costruiti dentro il materiale.



