Una Terra di Siena dovrebbe essere fatta di terra. Sembra un’affermazione banale, eppure non sempre è così. Negli ultimi decenni il mercato dei pigmenti si è ampliato enormemente. Oggi è possibile acquistare Terre di Siena, Terre d’Ombra, Ocre e altri colori naturali provenienti da ogni parte del mondo. Le confezioni riportano spesso nomi storici utilizzati da pittori e decoratori da secoli, ma il nome di un pigmento racconta davvero la sua origine? La domanda è meno scontata di quanto sembri. Due polveri possono avere lo stesso colore, la stessa granulometria e perfino la stessa destinazione d’uso. Una può provenire da un deposito geologico formatosi migliaia di anni fa. L’altra può essere il risultato di una produzione industriale moderna. A occhio nudo distinguerle è quasi impossibile. Per questo motivo un gruppo di ricercatori ha deciso di affrontare il problema come farebbe un investigatore davanti a un reperto sconosciuto: analizzando il materiale, senza fidarsi dell’etichetta.
La Ricerca Scientifica sui Pigmenti Storici
La ricerca pubblicata nel 2022 “Identification of adulterants in artistic earth pigments using a multi-technique approach” non nasce per studiare un singolo pigmento storico. L’obiettivo era più semplice e allo stesso tempo più ambizioso: verificare cosa si trovasse realmente all’interno di alcuni pigmenti commercializzati come terre naturali. Per farlo, i ricercatori hanno acquistato diversi campioni presenti sul mercato e li hanno sottoposti a una serie di analisi normalmente utilizzate nei laboratori di archeometria e scienza dei materiali.
Alcune tecniche permettono di identificare gli elementi chimici presenti nel pigmento. Altre consentono di riconoscere i minerali che lo compongono. Altre ancora aiutano a distinguere materiali naturali da sostanze ottenute artificialmente. L’idea di fondo era semplice: se una Terra di Siena è realmente una terra naturale, la sua composizione deve essere coerente con quella di un deposito geologico. Se invece contiene materiali incompatibili con un’origine naturale, le analisi dovrebbero evidenziarlo.
La procedura può sembrare moderna, ma il principio è lo stesso utilizzato dagli archeologi quando cercano di capire se un reperto sia autentico oppure no. In entrambi i casi il colore conta poco. Ciò che conta è la materia. Ed è proprio qui che iniziano le sorprese. Alcuni campioni hanno mostrato la complessità mineralogica che ci si aspetta da una vera terra naturale, con quarzo, argille e altri componenti tipici dei sedimenti geologici. Altri, invece, hanno iniziato a raccontare una storia completamente diversa, destinata a mettere in discussione il significato stesso di termini come Terra di Siena, Ocra o Terra d’Ombra.
I Risultati Ottenuti dalla Ricerca
Il colore può ingannare. Questa è probabilmente la prima conclusione che emerge dalla ricerca. Per capirlo, gli studiosi non si sono limitati a osservare i pigmenti. Hanno utilizzato strumenti capaci di identificare i minerali e gli elementi chimici presenti all’interno dei campioni. Fra i principali troviamo:
- Spettroscopia Raman – permette di riconoscere molti minerali attraverso la loro struttura molecolare.
- Fluorescenza a raggi X (XRF) – rivela quali elementi chimici sono presenti nel pigmento.
- Diffrazione a raggi X (XRD) – identifica i minerali che compongono il campione.
In altre parole, mentre l’occhio vede soltanto il colore, questi strumenti permettono di capire da cosa è realmente formato un pigmento. Ed è proprio qui che iniziano le sorprese. Alcuni campioni hanno mostrato una composizione compatibile con quella che ci si aspetta da una vera terra naturale. Le analisi hanno evidenziato quarzo, argille e altri minerali normalmente associati a sedimenti geologici. Altri campioni, invece, hanno raccontato una storia diversa. In alcuni pigmenti commercializzati come terre naturali sono comparsi elementi come:
- Cadmio;
- Selenio;
- Zinco.
La loro presenza ha attirato l’attenzione dei ricercatori perché questi elementi sono comunemente associati a pigmenti industriali moderni. Il dato non significa automaticamente che il prodotto sia di scarsa qualità. Significa però che il colore potrebbe non derivare esclusivamente da una terra naturale. Un’altra scoperta riguarda il talco. In alcuni campioni il minerale era presente in quantità tali da far pensare a un’aggiunta intenzionale. Il talco viene spesso utilizzato come materiale di riempimento. Può aumentare il volume del prodotto senza contribuire in modo significativo al colore. Anche in questo caso il problema non è la presenza del materiale in sé, ma il fatto che modifica la composizione del pigmento rispetto a quella di una terra naturale estratta direttamente da un deposito geologico.
La parte forse più interessante dello studio è questa. I pigmenti analizzati apparivano perfettamente normali. Una Terra di Siena aveva l’aspetto di una Terra di Siena. Un’ocra aveva l’aspetto di un’ocra. Una Terra d’Ombra aveva il colore che ci si aspetta da una Terra d’Ombra. Senza strumenti scientifici sarebbe stato praticamente impossibile individuare differenze significative. Le analisi mostrano invece che due pigmenti molto simili dal punto di vista visivo possono avere origini completamente diverse. Uno può derivare da una terra formatasi naturalmente nel corso di migliaia di anni. L’altro può contenere materiali industriali aggiunti in epoche recenti.
Le Conclusioni dello Studio sulle Terre Naturali
Provate a immaginare due sacchetti appoggiati sul banco di un decoratore. Entrambi riportano la scritta “Rosso Pozzuoli”, entrambi producono una tonalità molto simile, Entrambi possono essere utilizzati in una pittura a calce o in una tempera. Eppure potrebbero avere ben poco in comune. È una delle riflessioni che emergono leggendo la ricerca. Per gran parte della storia il nome di un pigmento indicava anche la sua origine. Una Terra di Siena era una terra. Un’ocra proveniva da un deposito naturale ricco di ferro. Chi acquistava il pigmento sapeva, più o meno, da dove arrivava il materiale.
Oggi la situazione è diversa. Le analisi effettuate dai ricercatori mostrano che dietro nomi storici possono nascondersi materiali molto differenti. Alcuni campioni conservano la complessità mineralogica tipica di una terra naturale. Altri contengono componenti che appartengono chiaramente al mondo della produzione industriale moderna. Per descrivere questa differenza viene spesso utilizzata una distinzione semplice.
- Le terre naturali nascono da processi geologici. Vengono estratte, selezionate, macinate e, in alcuni casi, cotte.
- I cosiddetti Mars Colors, invece, sono pigmenti ottenuti artificialmente. Anche qui troviamo ossidi di ferro e colori molto simili a quelli delle terre tradizionali, ma il percorso che porta alla loro formazione è completamente diverso.
La cosa interessante è che il problema non riguarda necessariamente la qualità. Un pigmento sintetico può essere stabile, resistente e perfettamente adatto all’utilizzo artistico o decorativo. La ricerca non sostiene il contrario. La vera questione è la trasparenza. In fondo è la stessa differenza che esiste tra una pietra naturale e una pietra ricostruita. Entrambe possono svolgere bene il loro lavoro. Ma non sono la stessa cosa.
La ricerca mostra che il colore, da solo, racconta soltanto una parte della storia. Dietro una stessa tonalità possono nascondersi origini, processi produttivi e materiali completamente differenti. È forse questo il risultato più interessante dello studio. Non aver stabilito quale pigmento sia migliore, ma aver dimostrato che un nome storico non garantisce automaticamente l’autenticità del materiale che contiene. La ricerca completa, con tutte le analisi e i dati di laboratorio, è consultabile qui: “Identification of adulterants in artistic earth pigments using a multi-technique approach”





