Perché gli acquedotti romani sono ancora impermeabili dopo quasi duemila anni?
La parte più conosciuta degli acquedotti romani sono gli archi. Quella davvero importante, però, era il canale dove passava l’acqua, spesso nascosto dentro la muratura o sotto terra. Le sue pareti dovevano sopportare umidità continua, depositi e piccoli movimenti della struttura. Per questo venivano protette con rivestimenti minerali molto compatti.
Alla calce si aggiungeva la pozzolana, una terra vulcanica capace di far presa anche in ambiente umido. Non serviva soltanto a chiudere i pori della muratura. Con il tempo formava una malta dura, ben aderente e meno sensibile all’acqua rispetto a una normale miscela di calce e sabbia. Era questa reazione tra calce e pozzolana a dare al rivestimento una resistenza fuori dal comune.
In altri tratti si usava il cocciopesto. Tegole e mattoni venivano frantumati, setacciati e mescolati alla calce. La polvere di laterizio migliorava il comportamento della malta, mentre i frammenti più grossi davano corpo all’impasto. Il risultato non era una superficie perfetta nel senso moderno del termine, ma uno strato spesso e ben serrato, capace di lavorare insieme alla muratura.
Contava molto anche il modo di posarlo. La malta veniva spinta con forza sul fondo, ripassata più volte e lisciata senza lasciare vuoti. Negli angoli non si facevano spigoli netti: si formavano piccole curve, più facili da rivestire e meno soggette a crepe. Sono dettagli semplici, ma richiedevano una mano esperta e molto esercizio.
Questi acquedotti non sono rimasti impermeabili per magia. Sono durati perché ogni materiale aveva una funzione precisa e veniva lavorato nel modo giusto. Calce, pozzolana, laterizio e buona posa formavano un unico sistema. È una lezione che nel restauro si ritrova ancora oggi: la durata nasce dalla compatibilità, non dalla durezza di un solo prodotto.



