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Il Mistero del Blu di Bolsena: L’Oltremare Romano

Un Pigmento Romano Creduto Blu Egizio Si Rivelò Lapislazzuli Ultramarino

Nel mondo romano il blu più comune nelle pitture murali era quasi sempre il blu egizio. Costoso ma relativamente diffuso, prodotto artificialmente e distribuito in tutto l’Impero, rappresentava il principale pigmento azzurro disponibile per decorazioni, affreschi e superfici di pregio. Per questo motivo, quando a Ponticello, nei pressi di Bolsena, venne rinvenuto un grumo di pigmento blu associato all’area archeologica di Volsinii, gli studiosi lo catalogarono inizialmente proprio come blu egizio. Sembrava l’ipotesi più logica.Una ricerca pubblicata nel 2025 ha però completamente cambiato il quadro. Attraverso una serie di analisi spettroscopiche e mineralogiche molto avanzate, il pigmento si è rivelato essere azzurrite naturale, cioè il principale componente del lapislazzuli ultramarino. La scoperta è importante perché l’uso dell’ultramarino naturale nella pittura romana è rarissimo. A differenza del blu egizio, prodotto artificialmente nel Mediterraneo, il lapislazzuli proveniva da filiere commerciali molto più complesse e costose, legate storicamente soprattutto ai giacimenti dell’Afghanistan.

Il Blu che Doveva Essere Egizio

Le nuove analisi hanno dimostrato che il pigmento di Volsinii era in realtà blu oltremare

Il frammento di pigmento analizzato proviene da Ponticello, località situata pochi chilometri a nord-est dell’antica Volsinii, nell’area dell’attuale Bolsena, in provincia di Viterbo. Il materiale venne recuperato accidentalmente durante attività agricole in una zona collegata a insediamenti etrusco-romani ancora poco esplorati archeologicamente. Per anni il pigmento era stato interpretato come blu egizio, anche perché questa era la soluzione più plausibile nel contesto della pittura romana. Lo stesso studio ricorda che il blu egizio rappresentava il pigmento blu standard dell’età romana, ampiamente diffuso nei cantieri decorativi dell’Impero.  Le nuove analisi hanno però raccontato una storia diversa. I ricercatori hanno applicato una combinazione di:

  • spettroscopia ED-XRF
  • micro-Raman
  • diffrazione XRPD
  • analisi chemometriche PCA

ottenendo una caratterizzazione molto precisa del materiale. Il risultato è stato sorprendente: il pigmento non conteneva cuprorivaite (il componente tipico del blu egizio) ma l’azzurite naturale, il minerale responsabile del colore del lapislazzuli ultramarino. La differenza è enorme. Il blu egizio era un pigmento sintetico prodotto nel Mediterraneo attraverso la cottura di quarzo, rame, calce e fondenti alcalini e veniva normalmente distribuito sotto forma di piccole sfere o grumi standardizzati da macinare in bottega. L’ultramarino naturale, invece, derivava dalla lavorazione del lapislazzuli, materiale molto più raro e costoso, storicamente associato a commerci a lunghissima distanza. Lo studio ricorda infatti che, nel mondo romano, gli esempi documentati di lazurite nelle pitture murali sono pochissimi. Gli autori citano:

  • la Tomba di Servilia
  • la villa romana di Baños de Valdearados in Spagna
  • una villa della colonia romana di Colchester in Britannia

oltre al nuovo caso di Volsinii.  Il dato rende il ritrovamento di Bolsena estremamente importante: non si tratta semplicemente di un altro pigmento blu, ma della prova che in alcuni contesti romani potevano circolare materiali molto più preziosi e rari di quanto normalmente si immagini per la pittura murale antica.

Analisi su Blu Oltremare Antica Roma

Un Pigmento Arrivato da Molto Lontano

Il caso di Volsinii racconta molto sui commerci nel mondo romano

Uno degli aspetti più interessanti dello studio non riguarda soltanto l’identificazione del pigmento, ma le implicazioni storiche che questa scoperta comporta. Se il materiale di Bolsena è davvero lazurite naturale, significa infatti che in quell’area circolava un pigmento legato a una delle filiere commerciali più lunghe e costose del mondo antico. La lazurite utilizzata per ottenere il blu ultramarino proveniva storicamente soprattutto dai giacimenti del Badakhshan, nell’attuale Afghanistan nord-orientale, le stesse miniere sfruttate già migliaia di anni prima da Egizi e Mesopotamici.

Questo significa che il pigmento identificato a Volsinii potrebbe aver attraversato migliaia di chilometri prima di arrivare nella penisola italiana. La ricerca insiste molto su questo aspetto, perché uno dei problemi principali nello studio dei pigmenti antichi è distinguere materiali apparentemente simili ma in realtà molto diversi per origine, costo e valore simbolico. Ed è proprio qui che il caso di Bolsena diventa particolarmente interessante. Fra gli elementi più significativi evidenziati dagli autori:

  • L’identificazione visiva dei pigmenti può essere ingannevole
    Lo studio sottolinea che il pigmento era stato inizialmente interpretato come blu egizio semplicemente per analogia visiva e contestuale. Solo le analisi strumentali avanzate hanno permesso di riconoscere la presenza di lazurite naturale. Questo dato è importante perché suggerisce che altri pigmenti classificati in passato potrebbero dover essere rivalutati con tecniche diagnostiche moderne. 
  • L’azzurite identificata presenta impurità minerali caratteristiche
    Le analisi XRPD e Raman hanno individuato nel campione anche minerali accessori compatibili con il lapislazzuli naturale, fra cui: diopside, pirite, feldspati, fillosilicati. Si tratta di componenti tipici della roccia originaria e incompatibili con il blu egizio artificiale. 
  • Il pigmento non appare come semplice residuo decorativo
    Gli autori evidenziano che il campione si presenta come un vero grumo compatto di materiale pigmentario e non come una semplice traccia pittorica residuale. Questo suggerisce che il pigmento fosse conservato o lavorato in forma relativamente pura, probabilmente prima della miscelazione finale.
  • Il blu ultramarino romano resta estremamente raro
    La ricerca insiste sul fatto che il numero di esempi archeologicamente documentati di lazurite nel mondo romano è ancora molto limitato. Proprio questa rarità rende il caso di Volsinii così importante: dimostra che, almeno in alcuni contesti di alto livello, potevano essere utilizzati materiali molto più esclusivi rispetto ai normali pigmenti della pittura romana. 
  • Le moderne tecniche diagnostiche stanno cambiando la lettura della pittura romana
    Uno dei temi centrali dello studio è il ruolo delle nuove metodologie analitiche. Tecniche come Raman, XRF e chemometria permettono oggi di distinguere pigmenti che a occhio nudo appaiono quasi identici, aprendo nuove possibilità nello studio dei materiali decorativi antichi. In pratica, parte della tavolozza romana potrebbe essere stata finora semplificata o interpretata in modo incompleto. 

Nel suo insieme, il caso di Bolsena mostra quanto il mondo dei pigmenti romani fosse probabilmente più complesso e internazionale di quanto si pensasse fino a pochi anni fa. Dietro una semplice tonalità blu potevano nascondersi materiali provenienti da filiere completamente diverse: da un lato il blu egizio prodotto nei laboratori mediterranei, dall’altro un pigmento naturale rarissimo legato a commerci che attraversavano l’Asia centrale. Ed è forse proprio questo il dato più affascinante della ricerca: dimostra che la pittura romana non era soltanto una questione estetica o decorativa, ma anche il punto d’incontro fra tecnologia, geologia, commercio e lusso su scala imperiale.

Dal Lapislazzuli al Blu Oltremare

La scoperta di Volsinii aiuta a leggere in modo diverso anche il concetto stesso di “blu” nella pittura romana. Per molto tempo si è pensato che quasi tutte le tonalità azzurre delle decorazioni antiche fossero riconducibili al più comune blu egizio. Le nuove analisi dimostrano invece che, almeno in alcuni contesti particolarmente prestigiosi, potevano circolare pigmenti molto più rari e costosi come la lazurite naturale, cioè quello che oggi conosciamo come blu oltremare, spesso associato unicamente al popolo e alla cultura dell’Antico Egitto.

Il nome moderno deriva proprio dall’origine remota del materiale: il lapislazzuli arrivava infatti “da oltre il mare”, attraverso rotte commerciali lunghissime che collegavano il Mediterraneo ai giacimenti dell’Asia centrale. Nel mondo antico era uno dei pigmenti più difficili da reperire e, proprio per questo, uno dei più preziosi. Il caso di Bolsena mostra quindi quanto sofisticata e internazionale potesse essere la cultura dei materiali nel mondo romano. Dietro un semplice frammento blu si nascondeva una rete fatta di commerci, conoscenze tecniche e materiali di lusso che attraversavano gran parte del mondo conosciuto.

La ricerca dimostra inoltre quanto le moderne tecniche diagnostiche stiano cambiando la lettura della pittura antica. Pigmenti considerati per decenni blu egizio possono rivelarsi materiali completamente diversi, molto più rari e importanti dal punto di vista storico. Per approfondire tutte le analisi mineralogiche, spettroscopiche e chemometriche del pigmento di Volsinii, lo studio completo è disponibile nella ricerca pubblicata su Analytical and Bioanalytical Chemistry:
“Characterization of a blue pigment lump from Volsinii: Egyptian blue or natural ultramarine?”.

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