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  • Il cancello babilonese di Ishtar

Il Blu di Babilonia

La Storia della Porta di Ishtar

Ci sono colori che sembrano appartenere più all’immaginazione che all’archeologia. Il blu della Porta di Ishtar è uno di questi. Quando la si osserva oggi al Pergamon Museum di Berlino, la prima reazione è quasi sempre la stessa: è difficile credere che quelle superfici intense e lucide abbiano origine in una città costruita oltre venticinque secoli fa. Anche perché la Mesopotamia viene spesso immaginata come un mondo di argilla secca, mura polverose e architetture color terra. In parte è colpa del tempo. Gran parte delle città babilonesi era costruita con mattoni crudi e intonaci fragili, materiali che hanno perso quasi completamente le loro superfici originali. La Porta di Ishtar rappresenta invece uno dei rarissimi casi in cui il colore è riuscito a sopravvivere. Non come semplice traccia pittorica, ma come parte stessa del materiale architettonico. I mattoni blu della porta erano infatti ricoperti da smalti vetrosi cotti ad alta temperatura, una tecnologia che permetteva di ottenere superfici luminose e resistenti molto diverse dalle normali pareti intonacate del mondo antico.

La Porta Blu di Nabucodonosor

La Porta di Ishtar venne costruita durante il regno di Nabucodonosor II, probabilmente intorno al 575 a.C., nel periodo di massimo splendore della Babilonia neo-babilonese. Non era una semplice porta urbana. Costituiva uno degli ingressi monumentali della città e introduceva alla celebre Via Processionale, il percorso attraversato durante le grandi cerimonie religiose dedicate a Marduk, la principale divinità babilonese.

Chi arrivava davanti alla struttura non vedeva mura neutre o superfici in mattoni grezzi. Si trovava davanti a una gigantesca parete blu attraversata da animali in rilievo: leoni, tori e draghi mushussu modellati sui mattoni smaltati. Il colore doveva avere un effetto impressionante sotto il sole della Mesopotamia. Oggi siamo abituati a pensare al blu come qualcosa di comune, ma nel mondo antico era uno dei colori più difficili da ottenere. Per questo le superfici della Porta di Ishtar richiamavano probabilmente il valore simbolico del lapislazzuli, pietra rarissima e preziosa proveniente dall’Afghanistan.

Il cancello di Ishtar

La differenza è che qui il blu non era una pietra applicata sull’architettura. Era il risultato di una tecnologia complessa. I mattoni venivano cotti e rivestiti con smalti vetrosi colorati capaci di creare una superficie lucida e compatta. In pratica il colore faceva parte della pelle stessa dell’edificio. Per secoli tutto questo rimase nascosto sotto le rovine di Babilonia, nell’attuale Iraq. Fu l’archeologo tedesco Robert Koldewey, tra il 1899 e il 1917, a riportare alla luce migliaia di frammenti appartenenti alla porta originale. Molti di quei mattoni conservavano ancora parti dello smalto blu antico. Ed è proprio grazie a quei frammenti che, decenni dopo, i restauratori tedeschi riuscirono a ricostruire gran parte della porta oggi esposta a Berlino.

Come gli Archeologi Hanno Ricostruito il Blu di Babilonia

La cosa più sorprendente della Porta di Ishtar è che il suo colore non è stato immaginato dai restauratori moderni. Il blu che vediamo oggi deriva realmente dai frammenti originali ritrovati negli scavi di Babilonia. Quando Robert Koldewey iniziò le campagne archeologiche tedesche alla fine dell’Ottocento, la porta non appariva come la vediamo oggi. I muri erano crollati da secoli e gran parte della struttura era ridotta a enormi accumuli di detriti e mattoni spezzati.

Parte Originale delle mura di Ishatar

Parte Originale delle mura di Ishtar

Fu proprio durante gli scavi che iniziarono ad emergere migliaia di frammenti smaltati. Molti conservavano ancora tracce chiarissime del colore originario: superfici blu lucide, rilievi giallastri e dettagli decorativi rimasti protetti per secoli sotto gli strati di terra e macerie. Gli archeologi iniziarono così un lavoro lunghissimo di catalogazione, cercando di capire a quale parte della porta appartenesse ogni singolo frammento. Ed è qui che bisogna chiarire un punto importante. La Porta di Ishtar esposta oggi a Berlino non è una semplice copia moderna dipinta “a immaginazione”. Ma non è nemmeno la porta completa originale trasportata dalla Mesopotamia. Quella del Pergamon Museum è una ricostruzione archeologica realizzata combinando:

  • migliaia di mattoni originali neo-babilonesi;
  • integrazioni moderne;
  • ricostruzioni delle parti mancanti.

I restauratori tedeschi cercarono di avvicinarsi il più possibile ai colori antichi osservando direttamente gli smalti originali conservati sui frammenti. Le integrazioni moderne vennero quindi realizzate producendo nuovi mattoni smaltati compatibili con le tonalità sopravvissute. Questo significa che il blu che vediamo oggi nasce davvero dai colori della Babilonia del VI secolo a.C., anche se parte della superficie attuale è inevitabilmente frutto di una ricostruzione moderna.

Dettaglio dei leoni babilonese

Le ricerche sugli smalti mostrano inoltre che il colore non era ottenuto con una normale pittura applicata sopra il mattone. La superficie blu era una vera glassa vetrosa cotta ad alta temperatura, una tecnologia molto avanzata per il mondo antico. È probabilmente anche questo il motivo per cui alcune zone della porta sono riuscite a conservare il colore per oltre duemila anni. Il blu non si trovava sopra il materiale architettonico: era diventato parte stessa della sua superficie.

Come Veniva Creato il Blu Babilonese

Il blu della Porta di Ishtar non veniva ottenuto dipingendo semplicemente il mattone. Il processo era molto più complesso e vicino alla lavorazione del vetro e della ceramica smaltata. Prima si realizzavano i mattoni cotti che formavano la struttura della porta. Successivamente la superficie veniva ricoperta con una miscela ricca di silice e componenti alcalini capace, durante la cottura, di trasformarsi in una vera glassa vetrosa. È proprio dentro questa superficie che venivano aggiunti i materiali responsabili del colore.

Le ricerche sui frammenti originali mostrano che il blu era legato soprattutto alla presenza di rame e, in alcuni casi, probabilmente anche di cobalto all’interno degli smalti. Durante la cottura ad alta temperatura questi elementi reagivano creando il celebre colore blu intenso che ancora oggi caratterizza la porta. La quantità dei minerali, il controllo del fuoco e perfino l’atmosfera del forno influenzavano il risultato finale. Ed è qui che si capisce quanto questa tecnologia fosse avanzata.

Le analisi mostrano inoltre che il blu non era completamente identico in ogni zona della porta. Alcuni frammenti tendono verso tonalità più profonde e scure, altri mostrano leggere variazioni turchesi o violacee. Questo probabilmente dipendeva dalle diverse reazioni avvenute durante la cottura e dalle variazioni nella composizione degli smalti. La ricerca sottolinea proprio questo aspetto: i mattoni smaltati neo-babilonesi non erano semplici elementi decorativi, ma il risultato di una conoscenza molto sofisticata delle tecnologie vetrose e dei materiali coloranti nel Vicino Oriente del VI secolo a.C.

FONTI: diva-portal.org – trackingcolour.com – isaw.nyu.edu – wikipedia.org 

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