Per molto tempo, osservando le pitture dell’antico Egitto, l’attenzione si è concentrata quasi esclusivamente sui pigmenti. Il blu egizio, le ocre rosse, i verdi rameici e i neri carboniosi hanno finito per oscurare un altro elemento fondamentale: ciò che teneva insieme quei colori. Eppure nessun pigmento potrebbe attraversare tremila anni senza un legante capace di aderire agli intonaci, resistere al tempo e lavorare insieme alla superficie muraria. Le analisi archeometriche più recenti stanno mostrando che molte pitture egizie non erano composte soltanto da minerali colorati, ma da vere miscele complesse di materiali naturali: carbonati, sabbie fini, gomme vegetali, sostanze organiche e leganti compatibili con supporti minerali a base di gesso o calce. Tra questi materiali compare anche la gomma arabica, un legante naturale che oggi continua a essere utilizzato in alcune pitture della bioedilizia contemporanea insieme a grassello di calce, oli vegetali e cariche minerali. È un collegamento sorprendente, perché mostra come alcune delle formulazioni considerate moderne abbiano in realtà radici molto più antiche di quanto immaginiamo.
La Gomma Arabica nelle Pitture dell’Antico Egitto
Le tombe della Valle dei Re, i soffitti astronomici, i corridoi funerari e le pareti dei templi non erano semplici dipinti su tavola conservati al riparo. Erano superfici immense realizzate sopra intonaci minerali, esposte per secoli a sbalzi termici, sali, umidità e tensioni della muratura. La vera sfida non era soltanto ottenere un blu intenso o un rosso brillante, ma riuscire a far aderire quei pigmenti alla superficie in modo stabile e durevole. Ed è proprio qui che i leganti diventano fondamentali. Per molto tempo gli studiosi riuscivano a identificare abbastanza facilmente i pigmenti minerali (ocra rossa, blu egizio, malachite, nero carbone) mentre era molto più difficile capire quali sostanze organiche venissero utilizzate per preparare le pitture. Dopo tremila anni molti leganti risultano degradati, alterati o quasi invisibili.
Le moderne analisi archeometriche stanno però cambiando radicalmente questa situazione. Uno degli studi più interessanti degli ultimi anni è Painting the Palace of Apries I la ricerca pubblicata su Heritage Science dedicata alle decorazioni del Palazzo di Apries, nel Basso Egitto. Attraverso analisi chimiche e spettroscopiche, i ricercatori hanno identificato la presenza di leganti organici naturali utilizzati nelle pitture e nei rilievi policromi, tra cui gomme vegetali riconducibili alla gomma arabica. La ricerca evidenzia inoltre la presenza di materiali compatibili con preparazioni minerali a base di carbonati e superfici intonacate.
La gomma arabica assume qui un ruolo particolarmente interessante. Si tratta di una sostanza naturale ottenuta principalmente da acacie africane e mediorientali, utilizzata da secoli come legante, addensante e stabilizzante. Nelle pitture antiche permetteva ai pigmenti di aderire meglio alle superfici e di creare una pellicola relativamente stabile senza trasformare la parete in uno strato impermeabile rigido. È un aspetto importante, perché spesso immaginiamo l’antico Egitto come una civiltà dominata esclusivamente dalla pietra e dai minerali, mentre le ricerche moderne mostrano un uso molto più sofisticato di materiali organici e vegetali integrati alle preparazioni murarie.
Dall’Antico Egitto alla Bioedilizia Moderna
Osservando le formulazioni di alcune pitture naturali contemporanee viene quasi spontaneo fare un paragone con ciò che le ricerche stanno rivelando sull’antico Egitto. Naturalmente non si tratta di copie moderne delle pitture egizie. Oggi esistono controlli industriali, standard qualitativi, analisi chimiche e conoscenze tecniche infinitamente più avanzate. Però il principio costruttivo di fondo, in certi casi, appare sorprendentemente vicino.
Le moderne pitture minerali per la bioedilizia stanno infatti tornando a utilizzare materiali molto simili a quelli identificati nelle analisi archeometriche: grassello di calce, carbonati, sabbie fini, oli vegetali, gomme naturali e leganti compatibili con superfici minerali traspiranti. Un esempio interessante è Remedia di Spring Color, una pittura minerale naturale formulata con grassello di calce, carbonati di calcio, oli vegetali e gomma arabica. La presenza della gomma arabica nella scheda tecnica colpisce particolarmente proprio perché è uno dei materiali organici che le ricerche più recenti stanno individuando anche nelle pitture dell’antico Egitto.
Il collegamento non riguarda soltanto gli ingredienti, ma soprattutto la filosofia del materiale. Le pitture minerali naturali non lavorano come molte vernici sintetiche moderne che creano una pellicola plastica superficiale. La loro logica è molto più vicina alle superfici storiche: traspirazione, compatibilità con l’intonaco, assorbimento controllato dell’umidità, adesione minerale e utilizzo di leganti organici naturali in equilibrio con il supporto. È probabilmente anche per questo che oggi la bioedilizia sta tornando a guardare con interesse alle tecnologie antiche.
Per oltre un secolo gran parte dell’industria edilizia si è orientata verso resine petrolchimiche, film sintetici e prodotti sempre più impermeabili. Solo negli ultimi anni si stanno rivalutando alcune caratteristiche che il mondo antico conosceva molto bene: la capacità di una parete di respirare, la compatibilità tra pittura e muratura, l’importanza di materiali alcalini naturali e l’utilizzo di leganti non completamente plastificanti. Le ricerche sull’antico Egitto stanno quindi assumendo un valore che va oltre l’archeologia.
Le Antiche Pitture Egizie Erano Sistemi Complessi
Uno degli aspetti più interessanti emersi dalle ricerche recenti è che le pitture egizie non possono più essere interpretate come semplici miscugli di pigmenti colorati applicati su una parete. Dietro quelle superfici esisteva un sistema molto più complesso. Le analisi archeometriche mostrano infatti una continua interazione tra supporti murari, preparazioni minerali, granulometrie delle sabbie, leganti organici, pigmenti e strati superficiali protettivi. In molti casi persino piccole variazioni nella composizione degli intonaci o nella scelta del legante influenzavano il comportamento finale del colore, la brillantezza della superficie e la sua resistenza nel tempo.
La ricerca sul Palazzo di Apries è importante proprio perché conferma questa visione più evoluta della pittura egizia. La presenza di gomme vegetali come la gomma arabica non appare come un elemento casuale, ma come parte di una tecnologia decorativa molto raffinata, capace di integrare materiali minerali e organici all’interno dello stesso sistema pittorico. Ed è interessante notare che molte problematiche affrontate dagli Egizi sono sorprendentemente simili a quelle che affronta oggi la bioedilizia moderna.
- Come far aderire stabilmente una pittura a un supporto minerale?
- Come mantenere traspirabilità senza perdere coesione?
- Come evitare pellicole troppo rigide o incompatibili con l’intonaco?
- Come utilizzare materiali naturali senza compromettere durata e stabilità?
Sono domande antiche, ma ancora estremamente attuali. Per questo le ricerche sull’antico Egitto stanno diventando interessanti non soltanto per archeologi e restauratori, ma anche per chi lavora nel mondo dei materiali naturali contemporanei. Molte pitture minerali moderne stanno infatti recuperando principi che sembravano dimenticati: leganti vegetali, calce stagionata, cariche minerali fini, oli naturali e sistemi traspiranti compatibili con la muratura. Naturalmente non bisogna trasformare il passato in un mito perfetto. Le pitture moderne hanno prestazioni, controlli e conoscenze chimiche molto più avanzate. Però le analisi scientifiche stanno dimostrando che alcune intuizioni fondamentali dell’antico Egitto erano incredibilmente sofisticate.



