La tomba di Nefertari è una delle opere più studiate dell’intera pittura egizia. Da oltre trent’anni archeologi, restauratori, chimici e storici dei materiali continuano ad analizzare le superfici della QV66 cercando di capire come siano stati realizzati intonaci, pigmenti e decorazioni che ancora oggi conservano colori sorprendentemente intensi. Scoperta nel 1904 nella Valle delle Regine a Luxor, le ricerche più importanti sono quelle sviluppate dal Getty Conservation Institute durante il grande progetto internazionale di conservazione della tomba, pubblicate nei volumi Art and Eternity. A queste si sono aggiunti negli anni studi archeometrici su pigmenti, leganti organici, sali, degrado delle superfici e tecniche pittoriche del periodo ramesside. La QV66, realizzata per Nefertari, grande sposa reale di Ramses II, rappresenta un caso quasi unico perché permette ancora di leggere molto chiaramente il lavoro materiale degli artigiani egizi: gli strati di preparazione stesi sopra il calcare della Valle delle Regine, le incisioni preliminari, i pigmenti minerali applicati a tempera e perfino le impronte lasciate durante la lavorazione degli intonaci.
Roccia, Intonaci e Preparazioni Pittoriche
Le pareti della tomba di Nefertari furono scavate direttamente nel calcare della montagna tebana della Valle delle Regine. La roccia naturale, però, era troppo irregolare per ricevere direttamente la pittura funeraria. Per questo gli artigiani applicarono una preparazione composta da più strati differenti prima di iniziare la decorazione. Le analisi Getty mostrano che il primo strato di intonaco era relativamente grossolano e serviva soprattutto a regolarizzare cavità e imperfezioni del supporto roccioso. Questo livello conteneva limo del Nilo, sabbia, frammenti minerali e fibre vegetali come paglia tritata, utilizzata per migliorare la coesione dell’impasto. In alcune sezioni stratigrafiche le fibre risultano ancora oggi chiaramente visibili all’interno dell’intonaco.
Sopra questo primo strato veniva poi applicata una preparazione molto più fine e chiara, composta principalmente da gesso. Era questa la vera superficie destinata alla pittura finale. In diversi punti la lavorazione manuale è ancora leggibile: impronte delle dita, leggere ondulazioni lasciate dalla stesura e piccoli segni degli strumenti utilizzati per lisciare l’intonaco. Le pareti non venivano decorate immediatamente. Prima gli artisti tracciavano linee preparatorie rosse direttamente sul fondo chiaro, costruendo le proporzioni delle figure e dei geroglifici. Solo successivamente iniziava la stesura dei pigmenti definitivi.
Le ricerche mostrano inoltre che la pittura della QV66 non fu realizzata a fresco come nella tradizione europea rinascimentale. I colori vennero applicati a tempera sopra l’intonaco già asciutto, tecnica che permetteva una maggiore brillantezza cromatica ma rendeva la superficie più sensibile all’umidità e alla cristallizzazione dei sali. Un aspetto molto interessante riguarda proprio la qualità delle preparazioni. In molte tombe tebane gli intonaci risultano piuttosto irregolari, mentre nella QV66 gli strati fini appaiono estremamente compatti e ben lavorati. Questo aiuta a spiegare perché la tomba di Nefertari abbia conservato colori così intensi rispetto a molte altre sepolture egizie della stessa epoca.
I Colori della Tomba di Nefertari
La tomba di Nefertari colpisce soprattutto per una cosa: la quantità di colore ancora presente sulle pareti dopo oltre tremila anni. In molte tombe tebane le superfici appaiono oggi molto più spente, frammentarie o alterate; nella QV66, invece, intere camere conservano ancora contrasti cromatici molto forti tra bianchi, blu, rossi, verdi e gialli. Uno degli elementi più spettacolari è il soffitto astronomico blu scuro disseminato di stelle gialle. Le ricerche Getty mostrano che queste superfici vennero costruite attraverso una preparazione molto fine a gesso sopra cui fu applicato il blu egizio, spesso in strati abbastanza corposi. In alcune sezioni si distinguono ancora granuli relativamente grandi del pigmento, dettaglio che suggerisce una macinazione non completamente fine del materiale colorante.
Anche le pareti mostrano una tecnica pittorica estremamente raffinata. Prima veniva tracciato il disegno preparatorio rosso direttamente sull’intonaco chiaro; successivamente gli artisti applicavano i colori principali e infine i contorni neri definitivi. In diverse zone si documentano correzioni e ripensamenti ancora leggibili sotto gli strati finali. Molto interessante è anche il rapporto tra colore e luce. La presenza di un fondo bianco molto luminoso sotto i pigmenti rendeva le superfici più brillanti rispetto a molte altre tombe del Nuovo Regno. In pratica gli artigiani sfruttavano la riflessione del bianco preparatorio per aumentare intensità e leggibilità dei colori.
Le analisi mostrano inoltre che alcuni pigmenti vennero probabilmente arricchiti con glaze organici o leganti proteici superficiali. Questo dettaglio potrebbe spiegare la particolare saturazione cromatica di alcune aree rosse e blu della tomba. Le superfici verdi e blu hanno però subito nel tempo anche alterazioni importanti. In alcune zone i composti rameici si sono scuriti o hanno assunto tonalità brunastre, fenomeno osservabile soprattutto lungo le crepe e nelle aree interessate dalla cristallizzazione dei sali.
Un altro aspetto sorprendente riguarda la qualità degli antichi intonaci egizi. Le sezioni stratigrafiche documentate mostrano preparazioni molto compatte e ben aderenti alla roccia, dettaglio probabilmente decisivo per la sopravvivenza dei colori fino a oggi. In molte crepe sono ancora leggibili tutti gli strati della decorazione funeraria: il calcare della montagna tebana, il primo intonaco più grossolano con fibre vegetali, il sottile strato bianco finale e infine i pigmenti minerali. Tra i principali colori identificati nella QV66 troviamo:
- Blu egizio — utilizzato soprattutto nei soffitti stellati, nei dettagli divini e negli elementi decorativi; pigmento sintetico a base di rame, silice e calcio.
- Ocra gialla — impiegata nei grandi fondi luminosi e nelle superfici associate all’oro e alla dimensione solare.
- Ocra rossa ed ematite — presenti nella pelle maschile, nei dettagli ornamentali e nei disegni preparatori.
- Pigmenti verdi rameici — utilizzati nei collari, nei dettagli vegetali e negli elementi simbolici.
- Nero carbonioso — applicato nei geroglifici, nei contorni e nelle definizioni finali delle figure.
- Bianco a base di gesso e huntite — utilizzato sia come preparazione sia come colore visibile nelle aree più luminose della tomba.
Perché i Colori di Nefertari Sono Sopravvissuti Così Bene
Uno degli aspetti che più ha colpito i restauratori del Getty durante gli studi sulla QV66 riguarda proprio la conservazione dei colori. Nonostante i danni provocati da sali, umidità, infiltrazioni e turismo moderno, molte superfici della tomba mantengono ancora una brillantezza fuori dal comune rispetto ad altre tombe tebane della stessa epoca. Secondo le ricerche, questa sopravvivenza dipende da più fattori che lavorano insieme.
Il primo è la qualità delle preparazioni. Gli intonaci della tomba di Nefertari risultano molto più raffinati e compatti rispetto a quelli osservati in molte altre sepolture ramessidi. Lo strato finale bianco a base di gesso crea una superficie estremamente liscia e luminosa capace di riflettere la luce attraverso i pigmenti minerali. Anche la tecnica pittorica ha avuto un ruolo importante. I colori furono applicati a tempera sopra intonaco asciutto con pigmenti minerali molto puri e relativamente stabili nel tempo. Blu egizio, ocre ferriche e pigmenti carboniosi hanno infatti una resistenza chimica molto superiore rispetto a molti coloranti organici.
Le ricerche mostrano inoltre che in alcune aree gli artigiani applicarono sottili glaze organici sopra i colori finali per aumentarne profondità e saturazione. Questo dettaglio potrebbe spiegare l’intensità ancora visibile in diversi rossi e blu della tomba. Paradossalmente anche le crepe e i distacchi degli intonaci hanno aiutato gli studiosi moderni a capire meglio la struttura della decorazione. In molte fratture è infatti possibile leggere ancora oggi tutti gli strati costruttivi della pittura funeraria egizia
Le indagini del Getty hanno inoltre evidenziato come alcuni danni moderni siano stati molto più aggressivi del naturale invecchiamento antico. La cristallizzazione dei sali all’interno delle pareti, causata soprattutto dall’umidità introdotta nel XX secolo, ha provocato sollevamenti e distacchi degli strati pittorici molto più rapidi rispetto ai secoli precedenti. Proprio per questo la tomba di Nefertari è diventata uno dei casi più importanti al mondo per lo studio della conservazione delle pitture murali antiche: non soltanto per la qualità artistica delle decorazioni, ma perché permette ancora oggi di osservare in modo molto chiaro il rapporto tra roccia, intonaco, pigmenti minerali e degrado del tempo.
Per approfondire le analisi complete sui materiali, le sezioni stratigrafiche e gli studi del progetto di conservazione:





