• Intonaci Antichi Egizi

Gli Intonaci degli Antichi Egizi: Studi e Analisi

Dell’architettura egizia si parla quasi sempre attraverso la piramidi, pietre, colonne, obelischi, cave di granito. Molto meno invece si osservano le superfici murali, gli intonaci e gli strati che si trovavano sotto le pitture tombali. Eppure proprio lì, negli ultimi anni, le analisi archeometriche stanno restituendo alcune delle informazioni più interessanti sull’edilizia dell’antico Egitto. A differenza del mondo romano, dove esistono testi che descrivono materiali e tecniche costruttive, gli Egizi hanno lasciato pochissime spiegazioni dirette sulla preparazione degli intonaci. Per questo oggi gran parte delle risposte arriva dai laboratori: microscopi, sezioni stratigrafiche, analisi mineralogiche e studi sulle superfici conservate nelle tombe e nei templi. L’obiettivo di queste ricerche è proprio capire come venivano costruite queste superfici: quali leganti utilizzavano, quando compare la calce, quali sabbie o fibre vegetali venivano mescolate agli impasti e come si preparavano le pareti destinate alla pittura minerale.

Perché Oggi l’Edilizia Egizia è Diventata Così Importante da Studiare

Ci sono superfici dell’antico Egitto che hanno attraversato quasi cinquemila anni di storia. Intonaci rimasti aderenti alle pareti delle tombe, preparazioni murali ancora compatte sotto i pigmenti, strati in terra e gesso sopravvissuti a deserti, escursioni termiche, infiltrazioni e trasformazioni ambientali enormi. Ed è difficile ignorare una cosa. Se un materiale è ancora leggibile dopo millenni, significa che dentro quell’impasto esisteva una conoscenza della materia molto più sofisticata di quanto si sia pensato per tanto tempo.

Per anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’edilizia romana. Ed è comprensibile. Roma ha lasciato una quantità enorme di monumenti, acquedotti, ville, anfiteatri, terme, murature e soprattutto testi scritti. Vitruvio descrive malte, sabbie, pozzolane e tecniche costruttive con una precisione incredibile per l’epoca. Plinio parla di cave, pigmenti, marmo, calce e superfici decorative. Questo ha permesso agli studiosi di ricostruire il mondo edilizio romano già secoli fa, molto prima dell’archeometria moderna.

Tempio di Qasr el-Ghuieta nell'Oasis Kharga, nel deserto del Libano

Tempio di Qasr el-Ghuieta nell’Oasis Kharga, nel deserto del Libano

L’Egitto invece è diverso. Gli Egizi rappresentavano il lavoro nei campi, il trasporto delle pietre, la vita quotidiana, i rituali religiosi. Ma quasi mai spiegavano davvero come preparavano un intonaco o quali proporzioni usassero negli impasti murali. Per questo motivo, paradossalmente, lo studio tecnico dell’edilizia egizia è molto più recente. Si può dire che stia nascendo davvero soltanto negli ultimi decenni. Non grazie ai testi antichi, ma grazie alle macchine. Oggi le ricerche più avanzate utilizzano:

  • Microscopia elettronica a scansione (SEM);
  • Spettrometria EDS;
  • Diffrazione ai raggi X (XRD);
  • Microscopia petrografica;
  • Spettroscopia Raman;
  • Analisi stratigrafiche;
  • Analisi mineralogiche sui leganti e sugli inerti.

Tecnologie che permettono di leggere un intonaco quasi come una sezione geologica. Gli studiosi riescono a capire quali sabbie venivano usate, se erano presenti fibre vegetali, quanto quarzo fosse contenuto negli impasti, dove compare il gesso, quando iniziano a comparire materiali calcarei, come erano costruiti gli strati e quale parte della superficie fosse destinata alla pittura. Ed è proprio qui che l’edilizia egizia sta diventando sempre più interessante anche per la bioedilizia contemporanea. Perché queste superfici non hanno resistito cento o duecento anni. Hanno attraversato migliaia di anni. Molti intonaci romani hanno una durabilità straordinaria, soprattutto quelli a calce e pozzolana. Ma in Egitto esistono superfici ancora più antiche, conservate in alcuni casi con una precisione impressionante. E questo obbliga a guardare quei materiali con occhi diversi. Non come reperti archeologici lontani ma come sistemi costruttivi reali. Sistemi che conoscevano la granulometria, l’adesione tra gli strati, il comportamento dell’umidità, la compatibilità tra supporto e pittura e la stabilità delle superfici minerali nel tempo. Ed è forse questo l’aspetto più sorprendente. Più le analisi moderne diventano precise, più emerge l’idea che gli intonaci egizi non fossero superfici improvvisate o semplici strati decorativi. Erano costruzioni minerali complesse, pensate per durare insieme all’architettura stessa.

Gli Intonaci dell’Antico Egitto Ricostruiti dalle Analisi Scientifiche

Parlare di “intonaco egizio” come se esistesse una sola ricetta sarebbe un errore enorme. L’antico Egitto attraversa migliaia di anni di storia, dinastie diverse, territori enormi, cave differenti e sistemi costruttivi che cambiano nel tempo. È normale quindi trovare composizioni molto diverse tra una tomba tebana, un tempio di Abydos o un’architettura in mattoni crudi costruita lungo il Nilo. Eppure, più si leggono le ricerche archeometriche moderne, più iniziano ad emergere alcuni fili conduttori molto chiari. Le ricette cambiano, ma certi principi restano sorprendentemente stabili per secoli come la preparazioni in più strati, il fondi più grossolani e superfici finali molto fini, l’uso frequente del gesso, presenza di sabbie silicee e quarzo e fibre vegetali nei sottofondi.

Molto spesso compare anche la calce, spesso mescolata a gesso e inerti minerali. Non ancora con il dominio assoluto che avrà poi nel mondo romano, ma abbastanza da dimostrare che gli Egizi conoscevano già il comportamento delle superfici calcaree e la necessità di controllare adesione, essiccazione e stabilità degli strati. Ed è proprio questo che rende queste analisi così importanti oggi. Per la prima volta possiamo osservare gli intonaci egizi non solo come superfici decorate, ma come sistemi costruttivi reali, leggibili ancora oggi attraverso microscopi e analisi mineralogiche. Vediamo la composizione dei principali intonaci egizi che sono stati analizzati nelle ricerche:

1- Intonaco di Calce, Gesso e Sabbie Silicee

LUOGO DELLA RICERCA: Tomba di Sennefer  DATAZIONE: 1420-1410 a.C. (XVIII Dinastia)

RICERCATORI: A. M. Mahmoud, M. Uda, K. Yamauchi (Università del Cairo e Japan Atomic Energy Research Institute)

La parte più interessante della ricerca si trova nella sezione dedicata agli strati preparatori sotto la pittura murale, dove gli studiosi analizzano nel dettaglio la composizione dell’intonaco utilizzato nella tomba di Sennefer attraverso analisi ioniche e mineralogiche. Nel testo originale gli autori descrivono quello che chiamano “coarse ground layer”. Traducendo letteralmente dal documento originale, viene definito come:

“uno strato preparatorio grossolano costituito normalmente da una miscela di gesso, calce e quarzo”

È un passaggio estremamente importante perché conferma la presenza reale della calce all’interno di alcuni intonaci egizi, mescolata a materiali gessosi e silicei. Per molti anni si è pensato che l’edilizia faraonica utilizzasse quasi esclusivamente gesso e fango, mentre queste analisi mostrano una situazione più articolata. Lo studio evidenzia un intonaco costruito in più fasi. Lo strato contenente quarzo aveva una granulometria più evidente e probabilmente serviva a stabilizzare la superficie e a migliorare l’adesione degli strati successivi. Sopra questa preparazione compariva invece una superficie molto più fine e compatta, destinata direttamente alla pittura minerale. Anche la presenza del quarzo è significativa. Non si tratta semplicemente di sabbia comune, ma di particelle silicee che contribuivano alla durezza e alla stabilità della superficie nel tempo. Nel clima secco della necropoli tebana questi strati sono rimasti leggibili per oltre tremila anni, permettendo oggi di analizzarne ancora la struttura microscopica. Qui trovi il link alla ricerca completa: Identification of Painting Layers of Sennefer Tomb by Ion Beam Analysis.

Tomba di Sennefer nell'Antica Tebe, in Egitto

Tomba di Sennefer nell’Antica Tebe, in Egitto 

2- Intonaco di Fango, Paglia, Argilla, Sabbia Fine e Gesso

LUOGO DELLA RICERCA: Necropoli di Dra’ Abu el-Naga DATAZIONE: 1550-1525 a.C. (XVIII Dinastia)

RICERCATORI: Nabil A. Abd El-Tawab, Ragab Abu El-Hassan (Facoltà Archeologica della Zagazig University)

La composizione dell’intonaco viene descritta nelle sezioni dedicate alla struttura stratigrafica delle pareti e nelle analisi SEM-EDS dei campioni prelevati nella tomba. In particolare gli autori spiegano che le murature in mattone crudo erano rivestite prima con una malta di fango mescolata a paglia triturata e successivamente con uno strato preparatorio gessoso destinato alla pittura. Traducendo letteralmente dal testo originale, gli autori scrivono:

“le pareti furono intonacate con malta di fango temperata con pula, poi ricoperte con uno strato di intonaco di gesso che serviva da fondo per la decorazione dipinta”

La struttura dell’intonaco, letta in modo più chiaro, sembra essere questa. Il primo strato era direttamente collegato al muro in mattone crudo. Qui veniva utilizzato un impasto molto plastico a base di fango del Nilo e fibre vegetali. La paglia aveva una funzione tecnica precisa: alleggeriva il materiale e soprattutto limitava le crepe durante l’asciugatura. Sopra questo fondo veniva steso uno strato più fine e regolare contenente argilla e sabbia molto minuta. Questo livello serviva a rendere la superficie più uniforme e stabile. Solo a questo punto arrivava il gesso. Ed è importante chiarire una cosa: il gesso non era uno strato isolato “appoggiato” sopra il muro. Si legava invece al fondo ancora poroso sottostante, penetrando leggermente nella superficie più fine in argilla e sabbia. In pratica l’intonaco funzionava come un sistema continuo costruito per passaggi successivi, non come strati separati e indipendenti.

Le analisi SEM-EDS citate nello studio rilevano infatti calcio, zolfo, silicio e alluminio e gli autori interpretano questi dati come la presenza di gesso, polvere di calcare, sabbie fini e residui argillosi provenienti dagli strati inferiori. La superficie finale doveva essere molto chiara e abbastanza compatta da sostenere la pittura tombale. Ancora oggi, dopo oltre 3500 anni, questi strati risultano sufficientemente conservati da poter essere letti al microscopio e analizzati nella loro struttura interna. Qui è disponibile la ricerca completa: “Technical Examination and State of Conservation of Wall Painting at the Theban Tomb TT15 at Dra

La decorazione sul soffitto della Theban Tomb 15

La decorazione sul soffitto della Theban Tomb 15 a Luxor, Egitto

3- Intonaco di Gesso Puro, Quarzo, Calcite e Minerali Argillosi

LUOGO DELLA RICERCA: Tempio di Qasr el-Ghuieta  DATAZIONE: 525-404 a.C. (XXVII Dinastia)

RICERCATORI: Hussein H. Marey Mahmoud (Facoltà Archeologica dell’Università del Cairo)

La composizione dell’intonaco viene descritta direttamente nell’abstract della ricerca e poi confermata nelle sezioni dedicate alle analisi Raman, ESEM-EDX e FTIR-ATR dei campioni murali. Traducendo letteralmente dal testo originale, l’autore scrive:

“lo strato preparatorio è quasi composto da gesso puro, mentre lo strato d’intonaco è basato principalmente su gesso con quantità variabili di quarzo, calcite e minerali argillosi”

Questa ricerca è particolarmente interessante perché distingue chiaramente due livelli diversi della preparazione murale. Il primo è lo strato più esterno, quello immediatamente sotto la pittura. Qui le analisi mostrano una preparazione quasi completamente gessosa. Il gesso serviva a creare una superficie molto chiara, fine e compatta, ideale per ricevere i pigmenti minerali del tempio. Sotto questo livello compare invece il vero corpo dell’intonaco. In questo strato il gesso resta il componente principale, ma viene mescolato con quarzo, calcite e minerali argillosi. La presenza del quarzo aumentava la stabilità e la durezza della superficie, mentre calcite e argille contribuivano a dare maggiore corpo e continuità all’impasto.

La preparazione descritta nella ricerca mostra un sistema molto coerente: sotto un intonaco più strutturale e minerale, sopra una pelle estremamente fine quasi interamente gessosa destinata alla pittura. Anche in questo caso è importante non confondere i livelli. Lo studio non parla di un unico impasto uniforme, ma di una superficie costruita progressivamente. Lo strato finale molto ricco di gesso non lavorava da solo: aderiva a un fondo più spesso e più minerale che sosteneva tutta la preparazione murale. Le analisi effettuate con microscopia Raman e microscopia elettronica mostrano inoltre che la stratigrafia del tempio di Qasr el-Ghuieta è molto simile a quella osservata in altri templi egizi, segno che alcune tecniche di preparazione degli intonaci continuarono a tramandarsi per secoli. Qui trovi il link alla ricerca completa: Investigations by Raman microscopy, ESEM and FTIR-ATR of wall paintings from Qasr el-Ghuieta temple, Kharga Oasis, Egypt

Dipinti sulle Mura della Necropoli di Bagawat, nell'Oasis Kharga, Egitto

Dipinti sulle Mura della Necropoli di Bagawat, nell’Oasis Kharga, Egitto

4- Intonaco di Gesso, Anidrite, Calcite e Quarzo

LUOGO DELLA RICERCA: Oasi di Dakhla DATAZIONE: I-II d.C. (Periodo Greco-Romano)

RICERCATORI: Mona F. Ali, Hanaa Shawki, Hussein Marey Mahmoud  (Facoltà Archeologica dell’Università del Cairo)

La composizione dell’intonaco viene descritta direttamente nell’abstract della ricerca e poi approfondita nelle sezioni dedicate alle analisi XRD, FTIR e SEM-EDS eseguite sui campioni prelevati nelle tombe di Petosiris e Petubastis. Traducendo letteralmente dal testo originale, gli autori scrivono:

“le pitture furono applicate sopra uno strato d’intonaco grossolano composto da gesso, anidrite, calcite e quarzo” e aggiungono “lo strato preparatorio era composto da due fasi di solfato di calcio: gesso e anidrite”

Questa ricerca è molto interessante perché mostra un sistema murale estremamente minerale. Il corpo principale dell’intonaco era formato soprattutto da materiali a base di solfato di calcio, quindi gesso e anidrite, mescolati con calcite e quarzo. L’anidrite è particolarmente importante. Si tratta sempre di un solfato di calcio, ma con una struttura diversa dal gesso perché contiene meno acqua cristallina. La presenza contemporanea di gesso e anidrite suggerisce che gli intonaci derivassero da materiali gessosi naturali molto ricchi e probabilmente sottoposti anche a processi di riscaldamento o trasformazione naturale nel tempo.

Il quarzo invece aveva una funzione più strutturale. Le particelle silicee aumentavano la stabilità e la compattezza dell’intonaco, evitando che la superficie risultasse troppo fragile. La calcite contribuiva invece a dare maggiore continuità e coesione all’impasto. La struttura descritta dagli autori sembra composta da due livelli principali. Sotto esisteva un intonaco più grossolano e spesso, ricco di componenti minerali e quarzo. Sopra veniva preparata una superficie più fine basata principalmente su gesso e anidrite, destinata direttamente alla pittura. La ricerca identifica anche la presenza di gomma arabica come legante organico della decorazione pittorica. Questo significa che la superficie finale dell’intonaco doveva essere abbastanza compatta e liscia da sostenere una tecnica pittorica molto delicata. Qui trovi il link alla ricerca completa: “Material characterization and restoration of mural paintings of El-Muzzawaka Tombs, Dakhla Oases, Egypt

Dipinti all'interno della Tomba di Muzzawaka nella Dakhla Oases

Dipinti all’interno della Tomba di Muzzawaka nella Dakhla Oases

I Materiali Ricorrenti negli Intonaci dell’Antico Egitto

Gesso, Calce, Argille, Sabbie silicee, Paglia e Calcite

Mettendo insieme tutte queste ricerche emerge un aspetto molto interessante: molti dei materiali che compaiono negli intonaci egizi diventeranno poi la base dell’architettura di numerose civiltà successive, compreso il mondo romano. Gesso, calce, quarzo, sabbie silicee e calcite ritornano continuamente nelle analisi archeometriche, mostrando come gli Egizi avessero già sviluppato una conoscenza molto avanzata delle superfici minerali e della loro durabilità. In alcune tombe la presenza contemporanea di gesso, calce e quarzo racconta un’edilizia molto più sofisticata di quanto si sia creduto per secoli. Non semplici pareti decorative, ma sistemi murari costruiti con attenzione, dove ogni materiale contribuiva alla stabilità e alla conservazione della superficie pittorica nel tempo.

Queste ricerche mostrano anche un altro aspetto fondamentale. Quando oggi si cerca di replicare un intonaco antico, conoscere la ricetta non basta. Due calci possono avere comportamenti completamente diversi in base alla quantità di silice, magnesio o impurità minerali presenti nella pietra di origine. Lo stesso vale per il gesso, che cambia resistenza e compattezza a seconda della presenza di anidrite, argille o sali naturali. Probabilmente è proprio qui che si nasconde una parte importante della straordinaria durata degli intonaci egizi. Gli artigiani lavoravano con materiali locali, provenienti dal territorio stesso, utilizzando gessi, sabbie e terre che possedevano caratteristiche chimiche molto specifiche. Per questo le moderne analisi archeometriche rappresentano soltanto il primo passo. Per avvicinarsi davvero agli intonaci dell’antico Egitto bisogna utilizzare materiali il più possibile vicini a quelli originali, cercando di comprendere non solo la tecnica, ma anche la materia con cui queste superfici furono costruite migliaia di anni fa.

Il Gesso

Tra tutti i materiali utilizzati negli intonaci egizi, il gesso è probabilmente quello che oggi possiamo ricostruire con maggiore precisione grazie allo studioso James Harrell dell’Università di Toledo. La sua ricerca nasce proprio dal tentativo di individuare una fonte reale di approvvigionamento utilizzata nell’antico Egitto e di comprendere quale fosse la composizione originale del materiale. Lo studio identifica nell’area di Amarna grandi depositi naturali di “gypsite”, una terra gessosa sfruttata già durante la XVIII dinastia. La parte più importante della ricerca riguarda però la composizione chimica del materiale analizzato. I campioni non risultano affatto simili a un gesso industriale moderno molto puro. Harrell identifica infatti una miscela composta da solfati di calcio in percentuali variabili dal 24% al 74%, mentre gran parte del materiale restante è costituito da calcite naturale, con piccole quantità di quarzo e tracce di materiali argillosi. Questo è probabilmente uno degli aspetti più importanti per ricreare una formula realmente vicina agli intonaci egizi originali. Le ricerche suggeriscono infatti un materiale:

  • non troppo puro;
  • ricco di calcite naturale;
  • con leggere componenti silicee;
  • mineralmente più complesso rispetto ai gessi moderni raffinati.

Harrell spiega inoltre che il gesso veniva probabilmente cotto a bassa temperatura, tra circa 100 e 170 °C. In questa fase il materiale perdeva parte della sua acqua naturale trasformandosi in bassanite, cioè gesso cotto, per poi indurire nuovamente una volta reimpastato con acqua. Anche questo dettaglio è fondamentale, perché mostra che il gesso egizio non era semplicemente scavato e utilizzato così com’era, ma subiva una vera lavorazione tecnica prima di diventare intonaco. Qui puoi leggere lo studio completo “Amarna gypsite: A new source of gypsum for ancient Egypt

La Calce

Per la calce la situazione è meno precisa rispetto al gesso. Le ricerche archeometriche sugli intonaci egizi confermano più volte la presenza di materiali calcarei, intonaci misti gesso-calce e componenti ricche di calcite, ma raramente identificano una “calce egizia”. Nonostante questo, alcune ricerche permettono comunque di capire abbastanza bene quali caratteristiche dovesse avere la componente calcarea utilizzata negli intonaci. Lo studio realizzato nella tomba di Iwrakhy/Hatia a Saqqara è uno dei più interessanti perché mostra una presenza molto elevata di calcite all’interno delle malte e degli strati preparatori. Le analisi identificano infatti impasti composti principalmente da gesso ma con una componente calcarea estremamente importante, pari a circa il 26-27% del materiale totale. La ricerca analizza anche la pietra calcarea della tomba, descrivendola come composta quasi interamente da calcite (CaCO₃), con soltanto piccole tracce di silicio, ferro, magnesio e altri minerali naturali. Questo è probabilmente il dato più utile per comprendere che tipo di materiale calcareo cercare per avvicinarsi agli intonaci egizi originali. Le analisi suggeriscono infatti una componente:

  • molto ricca in carbonato di calcio;
  • derivata da calcari naturali abbastanza puri;
  • ma non completamente privi di impurità minerali;
  • con leggere presenze silicee e metalliche naturali.

Anche altre ricerche sugli intonaci egizi parlano esplicitamente di “mixed gypsum-lime plaster”, cioè intonaci misti gesso-calce, oppure di “lime plaster”, mostrando che la tecnologia calcarea era già conosciuta in Egitto molto prima del periodo romano. A differenza del gesso però, oggi non abbiamo ancora una ricerca altrettanto precisa che identifichi una cava specifica di calce egizia con composizioni dettagliate e complete.

Le Sabbie Silicee

Le ricerche sugli intonaci egizi mostrano continuamente la presenza di quarzo all’interno degli impasti preparatori. Però, osservando attentamente gli studi archeometrici, si capisce che il quarzo non va interpretato come un materiale aggiunto in forma pura, ma come parte integrante delle sabbie silicee utilizzate dagli artigiani egizi. Questo è un dettaglio molto importante. Negli intonaci analizzati a Saqqara il quarzo compare stabilmente intorno al 2%, sia nelle malte che negli strati preparatori. Nella tomba di Sennefer gli studiosi descrivono direttamente uno strato composto da “gesso, calce e quarzo”, mentre nel tempio di Qasr el-Ghuieta il quarzo compare insieme a gesso, calcite e minerali argillosi. Queste ricerche mostrano quindi una caratteristica ricorrente: gli intonaci egizi sembrano utilizzare sabbie naturalmente ricche di silice ma non completamente pure. Questo probabilmente spiega perché il quarzo compaia quasi sempre in percentuali basse ma costanti negli intonaci studiati. Non era necessariamente un’aggiunta tecnica isolata, ma parte naturale della sabbia scelta per preparare l’impasto. Per ricreare una formula vicina agli intonaci egizi originali, le ricerche sembrano quindi suggerire:

  • sabbie silicee fini;
  • naturalmente ricche di quarzo;
  • non eccessivamente lavate o raffinate;
  • con leggere impurità minerali naturali;
  • compatibili con gesso e componenti calcaree.

Anche questo aspetto è probabilmente legato alla straordinaria stabilità delle superfici egizie. Le sabbie utilizzate non erano materiali “perfetti” in senso industriale moderno, ma inerti minerali complessi che lavoravano insieme a gesso e calcite creando superfici più equilibrate e meno fragili nel tempo. Alcune ricerche geologiche sui sedimenti del Nilo suggeriscono inoltre che molte delle sabbie utilizzate dagli Egizi potessero provenire dai grandi apporti minerali trasportati dal Nilo Azzurro e dall’Atbara dalle alture etiopi fino all’Egitto. Questi sedimenti risultano particolarmente ricchi di quarzo ma accompagnati anche da feldspati, argille e altri minerali naturali, una composizione molto vicina a quella che compare nelle analisi archeometriche degli intonaci antichi.