L’immagine dell’antico Egitto è quasi sempre legata alla pietra. Piramidi, templi e colossi hanno finito per raccontare una civiltà che sembra costruita interamente nel calcare e nel granito. Eppure, osservando più attentamente le ricerche archeologiche degli ultimi anni, emerge una realtà molto diversa. L’Egitto faraonico era soprattutto una civiltà di terra cruda. Per migliaia di anni il vero materiale dell’edilizia egizia fu il mattone d’adobe ottenuto dal fango del Nilo, essiccato lentamente sotto il sole del deserto. Intere città, quartieri operai, magazzini, mura e abitazioni erano costruiti con impasti di terra alluvionale, sabbia e fibre vegetali. La pietra veniva riservata soprattutto all’architettura monumentale e funeraria, mentre la vita quotidiana dell’Egitto si sviluppava dentro strutture nate direttamente dal limo del fiume. Ed è proprio questo che rende così interessanti le moderne ricerche archeometriche sui mattoni crudi egizi. Analizzando sedimenti, argille, fibre vegetali e granulometrie, gli studiosi stanno iniziando a ricostruire con maggiore precisione non solo come fossero fatti questi materiali, ma anche perché alcune strutture in adobe siano riuscite a sopravvivere per oltre tremila anni in ambiente desertico.
Lo Studio Tra Analisi Portatili e Laboratorio
Il reperto studiato nella ricerca è un piccolo sarcofago antropomorfo in cartonnage appartenente a una collezione privata. Gli autori lo datano tra la XXVI e la XXX dinastia, quindi tra il VII e il IV secolo a.C., una fase molto tarda della storia egizia ma ancora fortemente legata alle tradizioni funerarie classiche. Le superfici decorate conservano diverse tonalità di blu, rosso, verde, bianco, nero e azzurro chiaro che gli studiosi hanno analizzato attraverso una combinazione di tecniche differenti. La ricerca utilizza infatti Raman portatile direttamente sul reperto e successivamente analisi di laboratorio come SEM-EDXS, ATR-FTIR e VIL imaging su microframmenti prelevati dalle aree già danneggiate del sarcofago.
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda proprio il confronto tra strumenti portatili e indagini di laboratorio. Le analisi Raman eseguite direttamente sul sarcofago riuscivano a identificare abbastanza bene calcite, ocra rossa e nero carbone, ma in molti altri casi la forte fluorescenza della superficie impediva una lettura chiara dei pigmenti. Per questo motivo i ricercatori hanno dovuto integrare le analisi con tecniche più approfondite eseguite in laboratorio. Ed è proprio grazie a questa combinazione che lo studio riesce a ricostruire la tavolozza completa del sarcofago, identificando non solo i pigmenti più classici della pittura egizia, ma anche materiali organici e stratificazioni invisibili a occhio nudo. La ricerca sottolinea inoltre un aspetto importante: molte indagini non invasive permettono oggi di ottenere rapidamente una panoramica generale dei colori presenti, ma quando si vogliono distinguere pigmenti complessi o materiali alterati dal tempo diventa ancora fondamentale il supporto delle analisi microscopiche e spettroscopiche di laboratorio
I Pigmenti Identificati sul Sarcofago

Distribuzione dei sei campioni raccolti dai punti evidenziati in (a)- (b) campione blu 1; (c) campione di rete 2; (d) campione verde 3; (e) campione bianco 4; (f) campione nero 5; (g) campione azzurro 6
La figura principale della ricerca mostra i sei punti analizzati sul coperchio del sarcofago. Prima gli studiosi hanno eseguito misure Raman direttamente sulla superficie, poi hanno prelevato sei microframmenti dagli stessi punti per le analisi di laboratorio con SEM-EDXS, ATR-FTIR e VIL. Questa seconda fase è stata decisiva, perché il Raman portatile riusciva a leggere bene solo alcuni materiali, mentre in altri casi la fluorescenza disturbava troppo i risultati.
- Campione 1 — Blu scuro quasi nero, vicino alla testa
Il primo frammento proveniva dalla zona posteriore vicino alla testa, in un’area lacunosa. A occhio appariva blu molto scuro, quasi nero. Le analisi SEM-EDXS hanno rilevato rame, mentre la VIL ha permesso di riconoscere la presenza di blu egizio anche dove le altre tecniche non riuscivano a identificarlo con chiarezza. Gli autori spiegano che il blu egizio poteva essere nascosto sotto uno strato più scuro, probabilmente nero carbone, e che la luminescenza infrarossa ha rivelato particelle invisibili all’osservazione normale. - Campione 2 — Rosso, lato sinistro vicino alla spalla
Il secondo campione proviene dal lato sinistro del sarcofago, vicino alla spalla. Il Raman portatile, a causa della fluorescenza, non è riuscito a identificare bene il pigmento rosso; in laboratorio, però, SEM-EDXS ha mostrato un contenuto elevato di ferro. Gli autori propongono quindi l’identificazione con ocra rossa, cioè un pigmento ferrico a base di ematite. L’ATR-FTIR conferma questa lettura con bande compatibili con ocra rossa e silicati. - Campione 3 — Verde, lato sinistro del vestito
Il terzo frammento è stato prelevato da una zona verde del vestito. Qui la ricerca identifica una terra verde. Le analisi indicano ferro, potassio, alluminio e magnesio; l’ATR-FTIR riconosce bande associate a minerali silicatici tipici della celadonite e della glauconite. Secondo gli autori, la glauconite sembra essere la componente principale. Questo è un dato interessante perché non si parla di malachite, ma di una vera terra verde silicatica. - Campione 4 — Bianco, zona centrale del corpo
Il quarto campione proviene da un’area bianca più centrale. In questo caso il materiale identificato è soprattutto calcite, riconosciuta sia dal Raman sia dall’ATR-FTIR. La ricerca osserva però un punto importante: il bianco potrebbe non essere sempre un pigmento applicato sopra, ma anche il risultato della preparazione lasciata visibile “a risparmio”, cioè senza coprirla con un ulteriore colore. - Campione 5 — Nero, decorazione del vestito
Il quinto frammento è stato prelevato da una zona nera del vestito. Il Raman ha identificato nero carbone grazie alle bande caratteristiche intorno a 1580 e 1300 cm⁻¹. Anche qui, però, la VIL ha rivelato la presenza di blu egizio sotto o insieme al nero. Questo è uno dei risultati più importanti della ricerca: il nero visibile non raccontava tutta la stratigrafia cromatica del campione. - Campione 6 — Azzurro chiaro, parte inferiore del corpo
Il sesto campione, molto piccolo, proveniva dalla parte bassa del sarcofago ed era di un azzurro intenso. Già allo stereomicroscopio mostrava granuli distinti, simili a piccoli frammenti vetrosi. SEM-EDXS ha rilevato rame distribuito in modo non omogeneo e ATR-FTIR ha identificato chiaramente il blu egizio, poi confermato anche dalla VIL. Gli autori sottolineano che questo campione ha una granulometria più grossolana rispetto agli altri, dettaglio visibile anche nelle immagini SEM.
Nel complesso, la ricerca conclude che la tavolozza era piuttosto semplice ma molto coerente con la tradizione egizia: calcite e forse huntite per i bianchi, ocra rossa, terra verde, nero carbone e blu egizio. La parte più sorprendente è il blu egizio nascosto sotto alcune zone scure, perché la sua identificazione ha contribuito anche all’autenticazione del reperto.
L’Importanza del Metodo Multi-Analitico
La ricerca sul sarcofago del Periodo Tardo mostra molto bene quanto oggi lo studio dei colori egizi stia cambiando grazie alle moderne analisi archeometriche. Fino a pochi anni fa molte superfici dipinte venivano classificate in modo piuttosto generico, mentre oggi strumenti come Raman, SEM-EDXS, ATR-FTIR e VIL riescono a distinguere pigmenti sovrapposti, alterazioni superficiali e perfino materiali nascosti sotto altri colori. Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda proprio questo dialogo continuo tra osservazione visiva e analisi scientifica. Alcuni pigmenti che a occhio sembravano semplicemente neri o verdi hanno rivelato composizioni molto più articolate, mostrando quanto la pittura egizia fosse costruita attraverso stratificazioni e materiali minerali complessi.
La ricerca evidenzia inoltre che gli strumenti portatili, pur essendo oggi fondamentali nello studio dei reperti antichi, non riescono ancora sempre a sostituire completamente le analisi di laboratorio. In diversi punti del sarcofago soltanto le indagini microscopiche più approfondite hanno permesso di riconoscere con chiarezza pigmenti come il blu egizio nascosto sotto strati più scuri. Lo studio è stato realizzato da Giulia Festa, Valeria Comite, Daniela Mauro, Lara Gigli, Maria Pia Riccardi, Maria Cristina Caggiani e Marco Nicola, ricercatori collegati all’Università degli Studi di Milano, alla Sapienza Università di Roma e al Dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio”. Per chi vuole approfondire tutti i dati tecnici, le immagini SEM e le analisi complete dei pigmenti, la ricerca integrale è consultabile qui: A Multi-Analytical Approach for the Characterisation of Pigments from an Egyptian Sarcophagus Cover of the Late Dynastic Period
FONTI: the-past.com – academia.edu – amarnaproject.com



