Per anni il blu dell’antico Egitto è stato associato quasi automaticamente al lapislazzuli. L’idea sembrava naturale: gli Egizi utilizzavano questa pietra nei gioielli reali, negli amuleti e negli inserti funerari più preziosi, quindi si è spesso immaginato che anche il colore blu delle tombe e dei templi derivasse dallo stesso materiale. Le analisi moderne stanno però cambiando questa convinzione. Studi recenti sui pigmenti antichi mostrano che nelle pitture monumentali egizie il vero blu oltremare ottenuto dal lapislazzuli compare pochissimo, mentre il materiale identificato quasi ovunque è il blu egizio sintetico. È una distinzione importante perché cambia completamente il modo in cui guardiamo il colore nel mondo faraonico. Da una parte esisteva il lapislazzuli, pietra rarissima importata dall’Afghanistan e utilizzata soprattutto per oggetti di lusso e intarsi; dall’altra un pigmento artificiale prodotto direttamente dagli Egizi, pensato per coprire pareti, soffitti astronomici, sarcofagi e grandi superfici dipinte. In pratica, il blu che oggi associamo alle tombe egizie potrebbe essere molto meno “oltremare” e molto più tecnologico di quanto si sia creduto per secoli.
Perché per Secoli si è Pensato al Lapislazzuli
Come il Blu Principale delle Pitture Faraoniche
L’idea che il blu dell’antico Egitto derivasse dal lapislazzuli non nasce dal nulla. Per chi osservava tombe, maschere funerarie e gioielli faraonici nei secoli successivi alla fine del mondo romano, il collegamento sembrava quasi inevitabile. Gli Egizi utilizzavano davvero il lapislazzuli, e lo facevano in modo molto evidente. La pietra compare:
- nella maschera funeraria di Tutankhamon;
- nei gioielli reali;
- negli scarabei;
- negli amuleti;
- negli intarsi delle opere funerarie più preziose.
Inoltre il suo colore era straordinariamente simile a quello dei soffitti astronomici e delle pitture blu delle tombe egizie. Per molto tempo si è quindi pensato che le grandi superfici dipinte fossero semplicemente realizzate macinando lapislazzuli naturale fino a ottenere il cosiddetto blu oltremare. Le analisi moderne mostrano però che il problema è molto più complesso.
Dopo la fine dell’Impero Romano molte conoscenze chimiche e artigianali dell’antichità andarono progressivamente perdute, compresa probabilmente la produzione del blu egizio sintetico. Nel Medioevo europeo il grande blu di prestigio tornò così a essere soprattutto quello ottenuto dai minerali naturali. Il più prezioso era proprio il blu oltremare ricavato dal lapislazzuli, importato ancora una volta dall’Afghanistan attraverso lunghissime rotte commerciali. Era un pigmento costosissimo, spesso più caro dell’oro, utilizzato nei manoscritti miniati e nelle pitture più importanti del Rinascimento.
Esisteva anche l’azzurrite, molto più economica e diffusa, ma meno stabile nel tempo e generalmente meno intensa del vero oltremare. Con l’umidità tendeva infatti a scurirsi o trasformarsi verso tonalità verdastre, mentre il lapislazzuli manteneva un blu più profondo e luminoso. Ed è probabilmente proprio in questo contesto che nacque il grande equivoco moderno.
Quando antiquari, studiosi e viaggiatori europei iniziarono a osservare i blu delle tombe egizie tra Settecento e Ottocento, interpretarono quei colori attraverso i materiali che conoscevano nel loro tempo. Poiché il blu più prestigioso della tradizione medievale e rinascimentale era il lapislazzuli, sembrò naturale attribuire anche agli Egizi lo stesso pigmento.
Le ricerche archeometriche recenti stanno invece mostrando che gli Egizi avevano sviluppato una soluzione completamente diversa: un pigmento artificiale stabile, luminoso e producibile su larga scala. Lo studio pubblicato su Archaeological and Anthropological Sciences sottolinea infatti che nelle pitture monumentali egizie analizzate scientificamente il blu identificato è quasi sempre blu egizio sintetico e non vero oltremare naturale. Questo non significa che il lapislazzuli fosse assente dalla cultura egizia, anzi. Significa però che gli Egizi sembrano aver riservato questa pietra soprattutto agli oggetti di lusso e agli intarsi preziosi, mentre per le grandi superfici dipinte preferirono un materiale completamente diverso e molto più avanzato dal punto di vista tecnologico.
Il Blu Nella Storia dell’Antico Egitto
Per gran parte della storia umana il blu è stato uno dei colori più difficili da ottenere. A differenza del rosso, del giallo o del nero, facilmente ricavabili da terre naturali, carbone o ossidi di ferro, il blu compare molto raramente in natura sotto forma di pigmento stabile e utilizzabile nella pittura. È proprio per questo che il blu occupa un posto particolare nella storia dell’arte. Per secoli fu un colore raro, costoso e spesso associato al sacro, al cielo e alla dimensione divina. Il primo grande pigmento sintetico moderno arriverà soltanto nel 1704 con la scoperta del Blu di Prussia, ottenuto accidentalmente a Berlino dal chimico Johann Jacob Diesbach. Prima di allora, il blu era quasi sempre legato a minerali naturali molto costosi oppure a tecnologie antiche estremamente complesse. Ed è qui che l’antico Egitto diventa straordinario.
Già migliaia di anni prima del Blu di Prussia, gli Egizi erano riusciti a sviluppare un pigmento artificiale stabile e luminoso: il blu egizio. Le ricerche moderne lo considerano oggi il primo pigmento sintetico della storia umana. Questo spiega perché nelle tombe egizie, nei soffitti astronomici e nei templi il blu compaia con una frequenza sorprendente rispetto ad altre civiltà antiche. La tradizione continuò poi anche in epoca romana, dove il blu egizio rimase uno dei principali pigmenti utilizzati nelle decorazioni monumentali del Mediterraneo. Gli Egizi sembrano aver conosciuto principalmente due grandi tipi di blu:
Il Blu Oltremare
Il blu oltremare naturale nasce dal lapislazzuli, una pietra semipreziosa che per millenni arrivò quasi esclusivamente dalle miniere del Badakhshan, nell’attuale Afghanistan. Non si trattava però di un semplice minerale blu uniforme: il lapislazzuli è una roccia composta da più materiali, tra cui lazurite, calcite e piccole inclusioni dorate di pirite che ricordano un cielo stellato. Per trasformarlo in pigmento era necessario un lavoro molto lungo. La pietra veniva frantumata, macinata e poi separata dalle parti grigiastre o troppo chiare fino a isolare la componente più intensa e ricca di lazurite. Più il blu risultava puro, più il pigmento diventava prezioso. Nel Medioevo e nel Rinascimento il vero blu oltremare arrivò infatti a costare più dell’oro. Gli Egizi conoscevano molto bene questa pietra e la utilizzavano nei gioielli reali, negli amuleti e negli intarsi funerari più preziosi. La maschera di Tutankhamon ne è uno degli esempi più famosi. Le analisi moderne mostrano però che il lapislazzuli compare raramente come pigmento nelle grandi pitture murali egizie, nonostante il forte legame simbolico tra questa pietra e il mondo faraonico.
Il Blu Egizio
Il blu egizio seguiva invece una logica completamente diversa. Non veniva ottenuto dalla macinazione di una pietra naturale ma attraverso una vera produzione artificiale controllata. Gli artigiani egizi mescolavano silice, rame, calcio e sostanze alcaline, cuocendo poi il tutto ad alte temperature fino a creare un composto blu intenso basato principalmente sulla cuprorivaite. Una volta raffreddato, questo materiale veniva frantumato e trasformato in pigmento. Il risultato era un blu stabile, luminoso e soprattutto producibile in grandi quantità. Ed è proprio questo che rese il blu egizio così rivoluzionario nel mondo antico. A differenza del lapislazzuli, troppo raro e costoso per coprire intere superfici, il blu egizio poteva essere utilizzato su soffitti astronomici, tombe, sarcofagi, templi e rilievi monumentali. Le moderne analisi archeometriche continuano infatti a identificarlo nella maggior parte delle pitture egizie ancora conservate oggi, dai soffitti di Dendera fino alle tombe del Nuovo Regno.
Le Analisi Moderne sul Blu nell’Antico Egitto
Le analisi archeometriche degli ultimi anni stanno mostrando un quadro sempre più chiaro: nei grandi monumenti dipinti dell’antico Egitto il blu identificato è quasi sempre blu egizio sintetico.
- Uno degli esempi più famosi è la tomba di Nefertari nella Valley of the Queens. I soffitti stellati e molte decorazioni funerarie della QV66 conservano ancora vaste superfici blu dove le analisi identificano pigmenti sintetici a base di rame compatibili con il blu egizio.
- Anche nella tomba di Seti I nella Valley of the Kings il blu dei grandi soffitti cosmologici viene associato al blu egizio e non al lapislazzuli macinato. Le superfici astronomiche della KV17 rappresentano probabilmente uno degli esempi più monumentali di utilizzo di questo pigmento nel Nuovo Regno.
- La stessa situazione compare nella tomba di Tutankhamun. Nonostante il fortissimo utilizzo del lapislazzuli negli oggetti funerari e nella celebre maschera d’oro, le pitture murali della KV62 mostrano ancora una volta pigmenti riconducibili al blu egizio sintetico.
- Anche il Tempio di Hathor a Dendera conserva enormi soffitti astronomici blu dove le ricerche moderne continuano a identificare pigmenti sintetici rameici tipici della tradizione egizia.
Ed è proprio qui che emerge il punto centrale della ricerca moderna. Per trovare identificazioni certe di vero blu oltremare naturale applicato come pigmento pittorico bisogna spostarsi molto più avanti nel tempo, soprattutto nel Medioevo e poi nel Rinascimento europeo. È in quel periodo che il lapislazzuli macinato diventa il celebre blu oltremare utilizzato nei manoscritti miniati, nelle icone bizantine e nelle grandi pitture murali europee. Tra i primi utilizzi documentati in modo più chiaro troviamo infatti opere medievali tra il XII e il XIII secolo, molto lontane cronologicamente dalle tombe faraoniche.
La ricerca pubblicata su Archaeological and Anthropological Sciences arriva quindi a una conclusione molto interessante: il fortissimo legame simbolico tra Egitto e lapislazzuli ha probabilmente portato per lungo tempo a sovrapporre due materiali molto diversi tra loro. Da una parte la pietra preziosa utilizzata negli oggetti di lusso e negli intarsi funerari; dall’altra il blu egizio sintetico che invece dominava le grandi superfici dipinte del mondo faraonico. Per approfondire lo studio completo: “Painting conditioned by chemistry: the case of Egyptian and ultramarine blue pigments”




