Ci sono colori che appartengono a un’epoca. Il Blu Egizio no. Lo si incontra nelle prime grandi opere dell’antico Egitto e lo si ritrova più di duemila anni dopo sulle pareti di una casa romana. Nel frattempo passano faraoni, imperi, invasioni, dinastie e religioni diverse. Il colore rimane. Non sempre nelle stesse quantità. Non sempre con la stessa funzione. A volte serve per dipingere una divinità. In altri casi compare su un sarcofago, su una statua o in una decorazione murale. Cambiano i luoghi, cambiano le persone che lo utilizzano, ma la sua presenza continua a riaffiorare nei siti archeologici di tutto il Mediterraneo. Questo è uno degli aspetti che rende il Blu Egizio così particolare. Molti materiali antichi hanno avuto una stagione relativamente breve. Altri sono stati sostituiti da tecniche migliori o da materie prime più economiche. Il Blu Egizio attraversa invece oltre tre millenni di storia documentata, lasciando tracce in monumenti che ancora oggi figurano fra i più importanti del mondo antico. I dieci esempi raccolti in questa lista non rappresentano tutti gli utilizzi conosciuti del pigmento. Offrono però un percorso che parte dalle prime grandi opere dell’Egitto faraonico e arriva fino agli ultimi secoli del mondo romano, seguendo le tracce di uno dei colori più longevi mai prodotti dall’uomo.
10- Piramide di Djoser
Saqqara, Egitto – circa 2650 a.C.
Chi visita Saqqara pensa soprattutto alla piramide. Eppure una delle sorprese più insolite si trova sotto terra. Scendendo nelle gallerie del complesso funerario di Djoser si incontrano pareti rivestite da migliaia di piccole tessere azzurre. Non si tratta di un’aggiunta moderna né del risultato di un restauro recente. Quel colore era già lì quando gli operai del faraone completarono il monumento oltre quattro millenni fa. Oggi molte superfici sono frammentarie e il tempo ha lasciato il proprio segno, ma l’effetto rimane evidente. In mezzo alla pietra chiara e alle tonalità del deserto, quelle pareti introducono una presenza completamente diversa. È difficile sapere cosa provassero gli antichi Egizi attraversando questi ambienti. Possiamo però osservare un fatto semplice: quando gran parte delle opere che associamo all’Egitto faraonico non esistevano ancora, il Blu Egizio era già entrato nell’architettura monumentale. La sua storia conosciuta inizia anche da qui, nelle gallerie della più antica grande piramide d’Egitto.
9- Tomba di Nebamun
Tebe, Egitto – circa 1350 a.C.
Fra le immagini più celebri giunte dall’antico Egitto ci sono quelle provenienti dalla tomba di Nebamun, un funzionario vissuto durante la XVIII dinastia. Le pareti erano ricoperte da scene che raccontavano la vita ideale nell’aldilà. Cacciatori fra i canneti del Nilo, banchetti, musiciste, giardini e animali si susseguivano senza interruzione, trasformando le stanze funerarie in un mondo vivace e sorprendentemente ricco di dettagli. In queste pitture il blu compare con grande frequenza. Lo si ritrova fra le acque, negli elementi decorativi e in numerosi particolari distribuiti lungo le composizioni. I frammenti conservati oggi al British Museum mostrano chiaramente quanto questo colore fosse importante nell’equilibrio generale delle scene. Rispetto alle piastrelle della piramide di Djoser, qui il Blu Egizio assume un ruolo diverso. Non riveste più le pareti di un corridoio sotterraneo ma entra direttamente nelle immagini, contribuendo a definire paesaggi, ambienti e simboli che accompagnavano il defunto nel suo viaggio verso l’aldilà. Gran parte della tomba è andata perduta nel tempo. I pannelli recuperati nell’Ottocento, però, continuano a offrire una delle testimonianze più affascinanti dell’arte egizia e dell’utilizzo del Blu Egizio nel pieno del Nuovo Regno.
Chi visita oggi la camera funeraria di Tutankhamon rimane spesso sorpreso dalle sue dimensioni. Rispetto alle grandi tombe reali della Valle dei Re, gli ambienti appaiono piuttosto contenuti e le decorazioni occupano soltanto alcune pareti. Proprio per questo ogni dettaglio acquista maggiore importanza. Le scene dipinte mostrano il giovane faraone accanto a divinità e figure legate al viaggio nell’aldilà. Il fondo giallo delle pareti domina l’insieme, ma osservando con attenzione emergono anche numerosi dettagli realizzati con il Blu Egizio. Come confermano le analisi condotte sulle decorazioni, il pigmento compare negli elementi ornamentali, negli attributi divini e in varie parti delle composizioni. A differenza delle pitture di Nebamun, dedicate alla vita quotidiana e ai paesaggi del Nilo, qui il linguaggio è completamente diverso. Le immagini appartengono alla sfera religiosa e accompagnano il faraone nel passaggio verso il mondo degli dei. Gran parte della fama di Tutankhamon deriva dai tesori ritrovati all’interno della sepoltura. Le pareti della camera funeraria, però, raccontano un’altra storia: quella di un pigmento che da oltre mille anni continuava a occupare un posto importante nella pittura egizia.
Nella Valle dei Re esistono tombe più celebri. Poche, però, riescono a dare la stessa impressione della sepoltura di Seti I. Il percorso si sviluppa in profondità nella montagna e attraversa ambienti che sembrano non finire mai. Pareti e soffitti sono coperti da figure, geroglifici e scene religiose realizzate con una precisione sorprendente. In molti punti il colore è ancora presente e continua a definire dettagli che sarebbero difficili da immaginare affidandosi soltanto al rilievo inciso. Fra questi colori compare spesso anche il Blu Egizio. Le indagini condotte sulle decorazioni della KV17 ne hanno confermato la presenza in numerose parti del programma pittorico. Divinità, simboli e dettagli ornamentali conservano ancora tracce di quel pigmento blu che gli artigiani egizi utilizzavano da secoli. La tomba venne fatta realizzare per uno dei più importanti sovrani della XIX dinastia e nulla lascia pensare a un’opera eseguita in fretta. Ogni ambiente mostra la stessa attenzione, come se il progetto fosse stato concepito per accompagnare il faraone molto oltre la camera funeraria. Osservando oggi le fotografie della KV17, colpisce soprattutto la continuità delle decorazioni. Il blu appare, scompare e riappare lungo il percorso, accompagnando il visitatore dall’ingresso fino alle zone più profonde della tomba.
Chi ha avuto la possibilità di entrare nella tomba di Nefertari racconta spesso la stessa sensazione: l’impressione che le pareti siano state dipinte da poco tempo. Le stanze della sepoltura sembrano avvolgere il visitatore in una successione continua di figure, geroglifici e colori. Non esiste una superficie lasciata vuota. Ogni spazio partecipa al racconto del viaggio della regina verso il mondo degli dei. Fra tutti i colori presenti, il blu è uno di quelli che attirano maggiormente l’attenzione. Gli studi condotti durante i restauri del Getty Conservation Institute hanno confermato l’impiego del Blu Egizio in numerose decorazioni della tomba. In alcuni punti accompagna le figure divine, in altri dialoga con il giallo, il rosso e il bianco creando contrasti che rimangono sorprendentemente vivi. Nefertari era la grande sposa reale di Ramses II e la qualità delle pitture sembra riflettere il suo rango. Nulla appare improvvisato o secondario. Ogni ambiente mostra lo stesso livello di cura, come se gli artigiani avessero lavorato senza accettare compromessi. Molti monumenti dell’antico Egitto conservano tracce di Blu Egizio. Nella QV66, invece, il pigmento diventa parte di un insieme che ancora oggi viene considerato uno dei vertici assoluti della pittura faraonica.
A Dendera il tempo sembra scorrere in modo diverso. Quando vennero scolpite le decorazioni che oggi attirano visitatori da tutto il mondo, le grandi piramidi avevano già più di duemila anni. Ramses II apparteneva a un passato lontanissimo e molti dei monumenti che associamo all’Egitto classico erano già antichi.Eppure alcune tradizioni continuavano a sopravvivere. Le pareti del tempio dedicato alla dea Hathor conservano ancora tracce dei colori che un tempo ricoprivano rilievi, soffitti e ambienti sacri. In mezzo a queste decorazioni compare anche il Blu Egizio. Le analisi effettuate sul sito hanno confermato la presenza del pigmento in diverse parti del complesso, dimostrando come il suo utilizzo fosse proseguito ben oltre l’epoca dei grandi faraoni. Il tempio che vediamo oggi appartiene in gran parte all’età tolemaica e romana. Le iscrizioni sono diverse, i sovrani sono diversi e persino il mondo che circonda l’Egitto è cambiato profondamente. Il colore, invece, continua ad accompagnare divinità, simboli e scene rituali. Fra Djoser e Dendera scorrono oltre due millenni e mezzo di storia. Pochi materiali possono vantare una continuità simile.
Dopo il grande incendio del 64 d.C., Nerone avviò uno dei progetti più ambiziosi dell’intera storia romana. Al centro della città sorse una residenza immensa, estesa fra il Palatino, l’Esquilino e il Celio. Padiglioni, giardini, portici, sale per banchetti e persino un lago artificiale occupavano spazi che in precedenza appartenevano alla Roma pubblica. Gli autori antichi rimasero impressionati dalle dimensioni del complesso. Quando i lavori furono completati, l’imperatore avrebbe commentato di sentirsi finalmente ospitato in una casa degna della propria posizione. Una parte importante di questo effetto era affidata alle decorazioni. Le stanze erano rivestite da stucchi, marmi e pitture di altissimo livello. Le indagini condotte negli ambienti conservati hanno identificato anche la presenza del Blu Egizio, utilizzato all’interno di un programma decorativo pensato per stupire ospiti e visitatori. La Domus Aurea nacque per celebrare il potere di un imperatore. Pochi anni dopo la morte di Nerone, gran parte del complesso venne interrata o demolita dai suoi successori. Proprio questa sorte inattesa ha permesso a molte decorazioni di arrivare fino a noi e di conservare tracce dei colori che un tempo rivestivano una delle residenze più straordinarie dell’antichità.
3- Casa dei Vettii
Pompei, Italia – circa 79 d.C
A Pompei il Blu Egizio non era riservato ai palazzi imperiali. Le analisi condotte nella Casa dei Vettii hanno confermato la presenza del pigmento in diverse decorazioni della domus, una delle abitazioni private più ricche e meglio conservate dell’intera città. Per chi studia la diffusione del Blu Egizio nel mondo romano, questo dettaglio è particolarmente interessante. La casa apparteneva ai fratelli Aulo Vettio Restituto e Aulo Vettio Conviva, che avevano accumulato una notevole fortuna e trasformato la propria residenza in una vera dimostrazione di prestigio. Le pareti erano coperte da scene mitologiche, figure divine, architetture immaginarie e giardini dipinti destinati a impressionare ospiti e visitatori. In questo contesto compare anche il Blu Egizio. Come mostrano gli studi sui pigmenti della domus, il colore era utilizzato accanto ad altri materiali di pregio per arricchire il programma decorativo degli ambienti più rappresentativi. Non si trattava di una scelta casuale. A oltre duemila anni dalla sua comparsa nelle gallerie della piramide di Djoser, il Blu Egizio continuava a essere apprezzato per la sua intensità e per la capacità di valorizzare le decorazioni pittoriche. La Casa dei Vettii racconta quindi un aspetto diverso della sua storia. Nelle tombe faraoniche il pigmento accompagnava sovrani e regine. Nella Pompei del I secolo d.C., invece, il Blu Egizio era entrato nelle abitazioni delle famiglie più facoltose, diventando parte della vita quotidiana delle élite romane.
Per quasi duemila anni nessuno vide più questa stanza. Quando gli archeologi riportarono alla luce l’ambiente durante gli scavi recenti di Pompei, una caratteristica apparve immediatamente evidente. Le pareti conservavano ampie superfici dipinte in blu, un colore ancora capace di distinguersi nonostante il tempo trascorso sotto la cenere del Vesuvio. Da qui nasce il nome con cui la scoperta è diventata nota: Blue Room. Le analisi effettuate sulle decorazioni hanno identificato il Blu Egizio in diverse parti dell’ambiente. Non si tratta di piccoli dettagli o di elementi secondari. Il colore contribuisce in modo decisivo all’aspetto della stanza e alla forte impressione che ha suscitato fin dal momento della scoperta. Secondo gli archeologi, l’ambiente era probabilmente destinato a funzioni legate alla vita religiosa domestica o a particolari momenti di rappresentanza. Le pareti ospitano figure femminili, elementi simbolici e decorazioni che suggeriscono un uso diverso rispetto alle normali stanze di abitazione. Dalla piramide di Djoser alle ville romane, il Blu Egizio aveva attraversato oltre due millenni e mezzo di storia. Nella Blue Room di Pompei compare ancora una volta come protagonista, dimostrando quanto questo pigmento continuasse a essere apprezzato alla vigilia dell’eruzione del 79 d.C.
1- Ritratti del Fayum
Fayum, Egitto – 250 d.C.
Negli ultimi secoli del mondo antico il Blu Egizio non scompare di colpo. Cambia luogo. Non lo troviamo più soltanto sulle pareti di templi, tombe o case romane, ma dentro piccoli ritratti dipinti su tavola, destinati ad accompagnare i defunti nell’Egitto ormai governato da Roma. I ritratti del Fayum hanno qualcosa di diverso da tutto ciò che li precede. Non mostrano divinità, simboli o scene rituali. Mostrano volti. Uomini, donne e bambini dipinti con uno sguardo diretto, quasi moderno, spesso su sottili tavole di legno applicate alle mummie. Gli studi dell’Art Institute of Chicago e le ricerche condotte sui ritratti romano-egizi di Tebtunis hanno confermato la presenza del Blu Egizio in diversi esemplari. In alcuni casi il pigmento non serviva nemmeno per dipingere zone apertamente blu. Veniva mescolato o steso in strati sottili per modulare ombre, incarnati e passaggi di colore. È forse uno degli aspetti più affascinanti della sua lunga storia. Dopo oltre tremila anni, il Blu Egizio era ancora nelle mani dei pittori. Non più come grande colore monumentale, ma come materia sottile, quasi nascosta, capace di lavorare dentro la pelle dipinta di un volto.
Fonti e Approfondimenti: upcommons.upc.edu – phys.org – affaritaliani.it – news.artnet.com – artic.edu











