Quali materiali usavano i Romani per costruire gli anfiteatri?
Il Colosseo dà subito l’idea di una montagna di pietra. Guardandolo meglio, però, si capisce che i Romani non costruivano tutto nello stesso modo e neppure con un solo materiale. La pietra più resistente veniva usata dove serviva davvero.
Nelle parti esterne e nei punti sottoposti a maggiore peso trovava posto il travertino. Più all’interno comparivano tufo, mattoni e murature riempite con impasti di calce e pietrame. Una scelta pratica, perché non aveva senso usare blocchi pesanti e costosi in ogni punto dell’edificio.
Corridoi, volte e gradinate richiedevano soluzioni diverse. Qui il calcestruzzo romano permetteva di costruire forme complesse senza dover tagliare ogni elemento nella pietra. L’impasto veniva preparato con calce, frammenti di roccia e, in molti casi, materiali vulcanici. Serviva materiale, ma serviva soprattutto saperlo mettere nel posto giusto.
Anche i mattoni avevano una funzione precisa. Non erano semplici rivestimenti. Venivano usati per contenere le masse murarie, regolare gli spessori e creare superfici più ordinate prima della posa delle finiture. A tenere insieme tutto lavoravano le malte di calce. Non una colla rigida, ma un materiale capace di aderire alla pietra e al laterizio, accompagnando i piccoli movimenti della muratura.
Gli anfiteatri romani non devono la loro durata a un unico segreto. Sono costruzioni nate da molte scelte: pietra dura nei punti più esposti, materiali più leggeri all’interno, archi, volte e malte preparate con attenzione. È proprio questa varietà che spesso si perde quando li si guarda soltanto da lontano.


