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  • Acquedotto di Cartagine

Le Malte dell’Acquedotto di Cartagine

La ricerca che mostra come i Romani cambiassero la ricetta di calce e pozzolana

Uno degli errori più comuni quando si parla di edilizia romana è immaginare che i costruttori dell’Impero utilizzassero sempre la stessa “ricetta” per malte e intonaci. Le ricerche più recenti stanno mostrando una realtà molto diversa: i Romani modificavano composizione, aggregati e proprietà delle malte in funzione dell’uso finale della struttura. Uno degli studi più interessanti in questo senso è quello pubblicato nel 2025 su npj Heritage Science dedicato all’acquedotto romano di Zaghouan-Cartagine, il più lungo costruito dall’Impero romano al suo tempo, con oltre 130 chilometri di sviluppo.  La ricerca ha analizzato decine di campioni provenienti da diverse parti dell’acquedotto, confrontando malte strutturali, rivestimenti interni e strati impermeabilizzanti. Il risultato è molto interessante perché dimostra che gli antichi costruttori non utilizzavano materiali standardizzati, ma formulazioni specifiche adattate al comportamento richiesto: sostenere carichi, resistere all’acqua o garantire impermeabilità.

L’Acquedotto Più Ambizioso dell’Impero Romano

A Cartagine i Materiali Venivano Progettati in Funzione Della Loro Funzione Tecnica

Mappa Acquedotto di Cartagine

L’acquedotto di Zaghouan-Cartagine rappresentava una delle più grandi opere idrauliche del mondo romano. Costruito probabilmente dopo la visita dell’imperatore Adriano a Cartagine nel 128 d.C. e completato intorno al 162 d.C., il sistema trasportava acqua dalle sorgenti montane di Zaghouan fino alla città e alle grandi terme antonine. Con una lunghezza complessiva di circa 132 chilometri, era il più esteso acquedotto dell’Impero al suo tempo e doveva sostenere enormi quantità d’acqua ogni giorno. Questo rende il monumento un caso perfetto per studiare il comportamento delle malte romane in condizioni molto diverse fra loro: strutture portanti, canali idraulici, rivestimenti interni e riparazioni successive. La ricerca del 2025 ha analizzato quaranta campioni provenienti da differenti sezioni dell’acquedotto utilizzando:

  • micro-Raman
  • FTIR
  • TG-DTA
  • analisi elementari
  • osservazioni petrografiche e mineralogiche

con un approccio volutamente poco invasivo per preservare i materiali originali. Il punto più importante emerso dallo studio è che le malte variavano chiaramente in funzione del loro utilizzo. Fra i risultati più significativi:

  • Le malte strutturali erano più ricche di silice
    I campioni utilizzati per sostenere e consolidare le strutture mostrano contenuti di silicio più elevati, legati alla presenza di sabbie e aggregati più abbondanti.
    Questo garantiva maggiore stabilità volumetrica e resistenza meccanica.
  • I rivestimenti idraulici contenevano ceramica frantumata
    Nei canali dell’acqua gli studiosi hanno identificato malte formulate con abbondante ceramica macinata, cioè cocciopesto/opus signinum.
    La presenza di materiale ceramico aveva lo scopo di sviluppare proprietà idrauliche e migliorare impermeabilità e resistenza all’umidità continua. 
  • Calce e pozzolanicità venivano gestite in modo mirato
    Lo studio mostra che i Romani modificavano il comportamento delle malte attraverso la scelta degli aggregati reattivi e delle proporzioni fra legante e inerti.
    In pratica, non esisteva una sola “malta romana”, ma diverse formulazioni progettate in base alla funzione tecnica richiesta.
  • Le ricette cambiarono meno nel tempo che nella funzione
    Uno dei dati più interessanti della ricerca è che gli studiosi non sono riusciti a identificare una firma chimica precisa legata ai diversi periodi storici dell’acquedotto.
    La differenza principale non era quindi cronologica, ma funzionale: la composizione cambiava soprattutto in base all’utilizzo del materiale.
  • L’impermeabilizzazione era una priorità progettuale
    Nei rivestimenti dei canali interni il controllo dell’acqua era chiaramente uno degli obiettivi principali.
    Le malte idrauliche non venivano applicate come semplice finitura superficiale, ma progettate come parte integrante del sistema di trasporto dell’acqua.

Il dato forse più interessante che emerge dalla ricerca è proprio questo: i Romani non costruivano utilizzando materiali “universali”. Le malte venivano adattate alla funzione, all’ambiente e al comportamento richiesto, dimostrando una conoscenza pratica dei materiali molto più avanzata di quanto spesso si immagini quando si parla genericamente di “cemento romano”.

Cocciopesto, Opus Signinum e L’Impermeabilità Romana

Nell’acquedotto di Cartagine le malte idrauliche mostrano quanto fosse avanzata la tecnologia del cemento romano

Fra gli aspetti più interessanti emersi dalla ricerca sull’acquedotto di Zaghouan-Cartagine c’è il ruolo centrale delle malte idrauliche a base di cocciopesto, utilizzate nei rivestimenti interni dei canali destinati al passaggio continuo dell’acqua. Lo studio conferma infatti che i Romani non si affidavano a semplici intonaci superficiali per impermeabilizzare le condotte. Nei punti direttamente a contatto con l’acqua venivano utilizzate formulazioni specifiche contenenti abbondante ceramica frantumata, cioè quello che le fonti antiche chiamavano opus signinum. 

Campioni di Cocciopesto e Cemento Romano

Il dato è importante perché il cocciopesto non aveva solo una funzione “riempitiva”. La ceramica cotta, macinata e mescolata alla calce, reagiva chimicamente sviluppando proprietà idrauliche capaci di rendere la malta più resistente all’umidità permanente. In pratica, parte dell’efficacia del cosiddetto “cemento romano” nasceva proprio da questa interazione fra calce e aggregati pozzolanici o ceramici reattivi. La ricerca evidenzia inoltre alcuni aspetti molto interessanti:

  • Le malte dei canali erano diverse da quelle strutturali
    Nei rivestimenti interni destinati all’acqua la presenza di ceramica macinata è molto più alta rispetto alle malte impiegate nelle parti portanti dell’acquedotto.
    Questo conferma che i Romani progettavano le formulazioni in base al comportamento richiesto dal materiale. 
  • L’impermeabilizzazione era integrata nella struttura stessa
    Il rivestimento idraulico non era una semplice finitura applicata alla fine del lavoro. Faceva parte integrante del sistema costruttivo del canale e contribuiva direttamente alla sua durabilità.
    Ancora oggi molte sezioni conservano tracce evidenti dello strato impermeabilizzante originale. 
  • Il cocciopesto permetteva alla malta di lavorare in presenza continua d’acqua
    La ricerca ricorda che queste formulazioni erano progettate proprio per ambienti costantemente umidi, come acquedotti, terme e cisterne.
    È uno dei motivi per cui il cocciopesto romano continua ancora oggi a essere studiato come modello di durabilità delle malte storiche. 
  • L’acquedotto mostra diverse fasi costruttive e restauri successivi
    Uno degli aspetti curiosi dello studio è che l’infrastruttura conserva interventi romani, medievali e moderni sovrapposti.
    In alcune sezioni gli studiosi hanno potuto confrontare direttamente sistemi costruttivi differenti, distinguendo l’originario opus caementicium romano dalle ricostruzioni successive del periodo Hafside e moderno. 
  • La qualità delle malte era fondamentale per l’intero sistema idraulico
    L’acquedotto trasportava fra 17 e 32 milioni di litri d’acqua al giorno lungo oltre 130 km.
    In una struttura di questa scala, anche piccoli problemi di infiltrazione o degrado delle malte avrebbero compromesso l’intero funzionamento dell’opera. 

Il caso di Cartagine mostra quindi con grande chiarezza che il cosiddetto “cemento romano” non era un materiale unico e universale, ma un insieme di formulazioni adattate a esigenze molto precise. Ed è probabilmente proprio questa capacità di modificare la ricetta in funzione del contesto (strutturale, idraulico o impermeabilizzante) a spiegare la straordinaria durabilità di molte opere romane ancora conservate oggi.

Una Tecnologia dei Materiali Versatile e Avanzata

La ricerca sull’acquedotto di Zaghouan-Cartagine conferma un aspetto sempre più evidente negli studi recenti sull’edilizia romana: i costruttori dell’Impero non utilizzavano materiali standardizzati, ma formulazioni progettate in base alla funzione richiesta.Calce, cocciopesto, aggregati silicei e componenti pozzolanici venivano combinati in modo diverso a seconda che la malta dovesse sostenere carichi, resistere all’acqua o impermeabilizzare una superficie. In questo senso, il cosiddetto “cemento romano” appare molto meno come una ricetta unica e molto più come una vera tecnologia dei materiali.

È probabilmente anche per questo che opere come l’acquedotto di Cartagine continuano ancora oggi a rappresentare uno dei migliori esempi storici di durabilità delle costruzioni minerali. Per approfondire tutte le analisi petrografiche, chimiche e mineralogiche dei campioni studiati, la ricerca completa è disponibile in npj Heritage Science:
“The materials of historical monuments: characterisation of the mortars of the Roman aqueduct of Zaghouan-Carthage”.

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