Affrontando il discorso del cemento romano o di malte idrauliche antiche, il termine “pozzolana” viene spesso utilizzato come se indicasse un unico materiale preciso. La realtà era molto più complessa. Una ricerca pubblicata nella raccolta Mortiers et hydraulique dans le monde romain ha mostrato che i Romani utilizzavano diverse categorie di materiali pozzolanici per trasformare la calce in una malta capace di indurire in presenza d’acqua. Lo studio è particolarmente interessante perché non si limita alla celebre cenere vulcanica di Pozzuoli, ma analizza tre differenti tipi di pozzolane utilizzate nel mondo romano: cenere vulcanica, laterizio frantumato e cenere vegetale. Secondo l’autrice della ricerca, ogni materiale produceva caratteristiche diverse nella malta e richiedeva processi specifici di preparazione e gestione del cantiere. Il dato è importante perché mostra ancora una volta che il cosiddetto “cemento romano” non era una formula unica e standardizzata, ma una tecnologia adattabile ai materiali disponibili nei diversi territori dell’Impero.
Tre Diverse Pozzolane per Tre Diverse Tecnologie di Malta
Negli ultimi anni molte ricerche sul cosiddetto “cemento romano” si sono concentrate soprattutto sulla durabilità delle malte antiche o sulle loro proprietà chimiche. Lo studio pubblicato nella raccolta scientifica Mortiers et hydraulique dans le monde romain, curata dall’Université de Provence e sviluppata nell’ambito delle ricerche francesi sull’archeologia dei materiali e dell’idraulica romana, affronta invece il tema da una prospettiva più ampia e molto interessante: capire quali fossero realmente le diverse sostanze pozzolaniche utilizzate dai Romani per trasformare la calce in una malta idraulica. La ricerca nasce dall’osservazione di un problema molto concreto. Nei testi moderni il termine “pozzolana” viene spesso utilizzato in modo generico, quasi come se nel mondo romano esistesse un unico materiale capace di rendere impermeabili le malte. Analizzando fonti archeologiche, trattati antichi e dati archeometrici, gli studiosi hanno invece evidenziato una realtà molto più complessa e sofisticata. Secondo la ricerca, i costruttori romani utilizzavano almeno tre grandi categorie di materiali pozzolanici
1- I Laterizi Frantumati
La ricerca dedica molta attenzione al ruolo del laterizio frantumato, cioè il materiale che oggi identifichiamo come cocciopesto o opus signinum. Secondo l’autrice, si tratta probabilmente della più importante “pozzolana artificiale” sviluppata dal mondo romano. Lo studio spiega che i Romani non utilizzavano semplicemente frammenti casuali di ceramica, ma materiali accuratamente selezionati: tegole cotte, mattoni, anfore, terracotta architettonica, frammenti ceramici cotti a temperature specifiche.
Il punto centrale della ricerca è che la cottura dell’argilla modificava profondamente il comportamento del materiale. Una volta frantumata e mescolata alla calce, la terracotta sviluppava reazioni pozzolaniche capaci di creare composti idraulici molto più resistenti all’acqua rispetto alle normali malte aeree. L’autrice sottolinea inoltre che il cocciopesto aveva un vantaggio enorme rispetto alla pozzolana vulcanica naturale: poteva essere prodotto praticamente ovunque. Questo permetteva ai Romani di costruire: cisterne, terme, acquedotti, pavimenti impermeabili, vasche e porti interni anche in territori privi di materiali vulcanici naturali. La ricerca insiste molto anche sul fatto che il cocciopesto non fosse utilizzato solo per motivi tecnici, ma anche economici e logistici. Frantumare laterizi già disponibili localmente era molto più semplice che trasportare grandi quantità di pozzolana vulcanica da aree specifiche dell’Impero.
2- La Cenere Vulcanica
La più famosa fra le pozzolane romane resta naturalmente la cenere vulcanica proveniente dall’area dei Campi Flegrei, soprattutto nei pressi di Pozzuoli. La ricerca ricorda che il termine moderno “pozzolana” deriva direttamente dal latino pulvis puteolanus, cioè “polvere di Pozzuoli”, citata da Vitruvio e Plinio come materiale capace di indurire anche sott’acqua. Secondo lo studio, la straordinaria efficacia della pozzolana vulcanica dipendeva dalla presenza di: silice amorfa, allumina reattiva, vetri vulcanici e componenti mineralogici altamente instabili capaci di reagire rapidamente con la calce formando strutture idrauliche molto resistenti.
L’autrice sottolinea però un aspetto spesso semplificato: i Romani non utilizzavano esclusivamente la pozzolana dei Campi Flegrei. La ricerca documenta infatti l’impiego di numerose ceneri vulcaniche locali provenienti da: Italia centrale, Lazio, Campania, Anatolia e nel Mediterraneo orientale. Questo significa che il “cemento romano” non era legato a un’unica cava o a un solo territorio, ma a una capacità molto evoluta di riconoscere e sfruttare materiali vulcanici differenti in base alle risorse disponibili localmente.
3- La Cenere Vegetale
Uno degli aspetti più originali della ricerca riguarda l’uso di ceneri vegetali all’interno delle malte romane, tema che secondo l’autrice è stato spesso sottovalutato dagli studi archeometrici tradizionali. La ricerca evidenzia che alcune ceneri derivate dalla combustione di legno, piante, residui agricoli ebiomasse vegetali che contenevano quantità significative di silice e componenti alcalini reattivi capaci di modificare il comportamento della calce.
Secondo lo studio, in molti casi le ceneri vegetali potrebbero essere state aggiunte intenzionalmente per aumentare la reattività dell’impasto, migliorare presa della malta, alleggerire alcune formulazioni e modificare porosità e traspirabilità. L’autrice sottolinea inoltre un problema molto interessante: nelle analisi archeologiche le ceneri vegetali vengono spesso confuse con semplici residui carboniosi o impurità casuali. Questo significa che il loro utilizzo nel mondo romano potrebbe essere stato molto più diffuso di quanto oggi si riesca a documentare con certezza. È probabilmente uno dei settori meno studiati dell’intera tecnologia delle malte antiche.
Una Ricerca Chiara Sulle Pozzolane Romane
Uno degli aspetti più interessanti di questa ricerca è la capacità di mostrare con grande chiarezza quanto fosse articolata la tecnologia delle malte romane. Lo studio riesce infatti a superare la visione semplificata della “pozzolana” come unico materiale vulcanico, evidenziando invece l’esistenza di diverse sostanze reattive utilizzate nei cantieri dell’Impero. Particolarmente interessante è la parte dedicata alle ceneri vegetali, tema raramente approfondito negli studi divulgativi sul cemento romano e spesso oscurato dalla fama della pozzolana vulcanica dei Campi Flegrei o del cocciopesto. La ricerca mostra invece che anche questi materiali potevano avere un ruolo importante nel modificare il comportamento della calce e delle malte idrauliche.
Nel suo insieme, lo studio rappresenta uno dei lavori più utili e dettagliati per comprendere quanto la tecnologia delle costruzioni romane fosse basata non su una singola ricetta, ma sulla capacità di adattare i materiali alle esigenze pratiche del cantiere. Per approfondire l’intera ricerca, il testo completo è disponibile nella raccolta scientifica Mortiers et hydraulique dans le monde romain: “Pozzolans in Mortar in the Roman Empire: An Overview”.





