Capire davvero come fossero fatti gli intonaci egizi diventa molto più interessante quando una ricerca non si limita ad analizzare piccoli frammenti archeologici, ma prova concretamente a ricostruire materiali compatibili con quelli antichi. È quello che accade nello studio realizzato sulla Tomba degli Artigiani di Saqqara, dove il problema non era soltanto conservare pitture murali vecchie di oltre quattromila anni, ma trovare malte capaci di convivere con superfici minerali estremamente delicate senza alterarne l’equilibrio. La ricerca parte proprio da questo punto. Prima di preparare qualsiasi nuova malta, gli studiosi hanno analizzato gli strati originali della tomba cercando di capire come fossero costruiti gli intonaci, quali materiali fossero stati utilizzati e come avessero reagito nel tempo all’ambiente desertico, ai sali e alle deformazioni della roccia. Solo dopo queste analisi sono state sviluppate diverse formule sperimentali da restauro, confrontandone comportamento meccanico, compatibilità e resistenza all’invecchiamento artificiale. Ed è proprio questo l’aspetto più interessante dello studio: non cerca di “inventare” una malta moderna qualsiasi, ma prova ad avvicinarsi il più possibile alla logica minerale degli intonaci egizi antichi.
La Tomba di Saqqara
Le Analisi Archeometriche per il Restauro
La ricerca si concentra sulla cosiddetta “Tomba degli Artigiani” di Saqqara, appartenente a Nefer-seshem-Ptah e a suo padre. Il complesso funerario viene datato tra la fine della V dinastia e l’inizio della VI dinastia, quindi tra circa il 2465 e il 2150 a.C., uno dei periodi più importanti dell’Antico Regno egizio. Gli studiosi spiegano che la tomba fu scoperta nel 1964 dal German Institute of Antiquities e che molte delle pitture murali presentavano gravi problemi di conservazione:
- distacchi;
- fessurazioni;
- perdita degli strati preparatori;
- degrado salino;
- disgregazione degli intonaci.
L’obiettivo della ricerca non era semplicemente “riparare” la superficie, ma sviluppare malte moderne compatibili con i materiali originali della tomba. Per questo motivo gli autori hanno iniziato studiando attentamente la struttura degli intonaci antichi attraverso XRD, SEM, EDX, microscopia ottica e analisi mineralogiche e chimiche.
Le analisi mostrano che la pittura non era applicata direttamente sulla roccia in tutte le pareti. Nelle superfici più irregolari gli Egizi preparavano prima uno strato grossolano di fondo, seguito da uno strato più fine destinato alla decorazione pittorica. Il primo strato, definito dagli studiosi “mud plaster”, era composto principalmente da materiali terrosi: limo del Nilo, argille, sabbie fini e fibre vegetali. Questo livello serviva a regolarizzare le superfici della roccia scavata. Sopra questo fondo veniva poi applicato uno strato bianco più fine, identificato come “render layer”. Le analisi mineralogiche hanno identificato soprattutto:
- gesso;
- anidrite;
- calcite.
Secondo gli autori, la presenza molto elevata di calcite suggerisce l’aggiunta di materiale calcareo fine all’impasto gessoso, mentre l’anidrite sarebbe il risultato della disidratazione del gesso causata dalle elevate temperature e dal clima estremamente secco dell’area di Saqqara. Un aspetto molto interessante della ricerca è che gli studiosi non cercano di ricreare una “malta antica identica”, ma una malta moderna capace di comportarsi in modo compatibile con gli intonaci originali. Questo cambia completamente l’approccio al restauro. Una malta troppo rigida o troppo cementizia avrebbe infatti creato tensioni incompatibili con i materiali minerali antichi della tomba. Per questo motivo la ricerca si concentra sullo sviluppo di impasti sperimentali basati su materiali geopolimerici e componenti minerali capaci di lavorare in modo più simile agli intonaci egizi originali.
Le Quattro Malte Sperimentali e la Scelta Finale
Quattro Formule Differenti Messe a Confronto
Dopo le analisi sugli strati originali della tomba, la ricerca entra nella parte più interessante: la preparazione di quattro malte sperimentali progettate per intervenire sulle superfici murali senza creare incompatibilità con gli intonaci antichi. Gli studiosi spiegano più volte che il problema principale dei restauri moderni è l’utilizzo di materiali troppo rigidi o troppo “forti” rispetto ai supporti antichi.
Una malta moderna molto cementizia può infatti aderire bene inizialmente, ma nel tempo rischia di creare tensioni, distacchi e nuove fratture sugli intonaci originali. Per questo motivo la ricerca sviluppa quattro formulazioni differenti, identificate come A, B, E e H, tutte testate con diversi livelli di attivazione alcalina e sottoposte a prove meccaniche, chimiche e cicli di invecchiamento artificiale.
- La Formula A era la più semplice: 15% cenere volante, 20% metakaolin e 65% sabbia. Gli autori la descrivono come una miscela abbastanza stabile ma con resistenze meccaniche più basse rispetto alle altre formulazioni. L’elevata quantità di sabbia riduceva il ritiro e migliorava la compatibilità con i supporti antichi, ma il legame finale risultava meno compatto.
- La Formula B aumentava invece la quantità di materiali geopolimerici: 22,5% cenere voltante, 27,5% metakaolin e 50% sabbia. Qui la struttura dell’impasto diventava molto più resistente. Durante le prove di compressione la Formula B raggiunse valori vicini ai 50 MPa, mostrando ottime prestazioni soprattutto nel consolidamento delle fessure e dei giunti rocciosi.
- La Formula E fu quella che attirò maggiormente l’attenzione dei ricercatori: 15% cenere volante, 20% metakaolin, 15% calce idraulica NHL-5 e 50% sabbia. L’introduzione della calce idraulica cambiava il comportamento della malta rendendola più equilibrata tra compatibilità minerale, adesione e resistenza meccanica. Nei test finali questa formula raggiunse circa 53,81 MPa, diventando il miglior risultato dell’intera ricerca.
- La Formula H, era invece quella più vicina ai materiali geologici egizi: 15% metakaolin, 15% caolino, 20% calcare in polvere e 50% sabbia. Il calcare in polvere proveniva dalle cave di Tura, quindi da un materiale geologicamente molto vicino a quello utilizzato nell’antico Egitto. La formula sembrava interessante dal punto di vista storico e materico, ma durante le prove emersero problemi importanti.
Ed è proprio questa una delle parti più interessanti dello studio. La Formula H sembrava inizialmente una delle più promettenti dal punto di vista storico e materico, ma durante i test mostrò problemi importanti di efflorescenze saline e minore stabilità chimica rispetto alle altre formulazioni. Alla fine della ricerca gli studiosi non scelgono quindi la malta “più simile” agli intonaci antichi in senso puramente geologico, ma quella che garantiva il miglior equilibrio tra compatibilità, stabilità ai sali, resistenza meccanica e comportamento nel tempo.
Per il restauro degli strati d’intonaco viene scelta la Formula E, considerata la più stabile e compatibile con le superfici della tomba. La Formula B viene invece utilizzata per i giunti e le fessure della roccia, dove era necessaria una resistenza maggiore. Questo punto è fondamentale perché mostra molto bene il vero approccio della ricerca: non copiare semplicemente una “ricetta antica”, ma capire come costruire una malta moderna che possa convivere con gli intonaci egizi senza alterarne il comportamento minerale.
Legenda dei Materiali Utilizzati nella Ricerca
Una Ricerca Dettagliata sugli Antichi Intonaci Egizi
Uno degli aspetti più interessanti di questa ricerca è il modo in cui affronta il restauro delle superfici egizie antiche. Gli autori non cercano semplicemente una malta resistente, ma un materiale capace di convivere con intonaci rimasti stabili per oltre quattromila anni senza alterarne l’equilibrio minerale. Lo studio è stato realizzato da Abdel-Aziz M. Moussa, Noura M. Abdel Aziz, Noha M. Ibrahim e Mahmoud M. Farag, ricercatori collegati principalmente alla Faculty of Archaeology della Cairo University e a laboratori specializzati nello studio dei materiali geopolimerici e della conservazione archeologica.
La parte più interessante emerge proprio nella scelta finale delle formule. La ricerca dimostra infatti che la malta apparentemente più “vicina” ai materiali antichi non era necessariamente quella più stabile nel tempo. Alcuni impasti sviluppavano efflorescenze saline o reagivano peggio ai cicli di invecchiamento artificiale, mentre le formulazioni E e B mostravano un comportamento più equilibrato tra adesione, resistenza e compatibilità con le superfici originali della tomba. Ed è probabilmente questo il punto più moderno dell’intero studio: gli intonaci egizi non vengono trattati come semplici superfici da riempire, ma come sistemi minerali complessi che devono continuare a respirare, deformarsi e reagire insieme alla pietra antica. Per chi volesse approfondire direttamente formule, analisi XRD, test meccanici e fotografie microscopiche, questa è la ricerca completa: “Evaluating some geopolymer-based mortars for restoration purposes of damaged ancient Egyptian mural paintings”
La ricerca assume ancora più importanza se si considera quello che è accaduto negli ultimi anni al progetto Neferhotep. Dopo oltre vent’anni di studi, documentazione e interventi conservativi, nel febbraio 2024 la tomba è stata finalmente aperta al pubblico, diventando una delle notizie archeologiche più diffuse a livello mondiale. Il progetto di studio e restauro era stato avviato già nel 1999 sotto la direzione della professoressa Violeta Pereyra, inizialmente attraverso l’Universidad Nacional de Tucumán e successivamente con l’Universidad de Buenos Aires, all’interno del cosiddetto “Proyecto Neferhotep”.







