Negli ultimi anni si è parlato molto di “cemento romano”, spesso in modo generico o semplificato. Molte ricerche si sono concentrate sulla composizione chimica delle malte antiche o sulla loro straordinaria durabilità, ma quasi nessuno aveva cercato di ricostruire concretamente uno degli aspetti più pratici del cantiere romano: quanta acqua serviva davvero per produrre e applicare il cocciopesto. È proprio da questa domanda che nasce una delle ricerche più interessanti pubblicate nel 2024 sull’European Journal of Archaeology firmata dagli studiosi Javier Martínez Jiménez, Juan Jesús Padilla Fernández ed Elena H. Sánchez López. Lo studio è particolarmente importante perché non si limita all’analisi teorica dei materiali. I ricercatori hanno deciso di ricreare realmente un’opera in opus signinum, lavorando con tecniche tradizionali e maestranze esperte, per comprendere: come venisse preparato il cocciopesto romano, quanta acqua richiedesse e perché questo materiale risultasse così impermeabile. Il risultato è uno degli studi sperimentali più concreti e dettagliati mai realizzati sull’idraulica romana applicata alle superfici a calce.
Ricreare il Cocciopesto Romano Come in un Vero Cantiere Antico
L’esperimento ha ricostruito materiali, strumenti e procedure dell’opus signinum
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è il metodo scelto dagli studiosi. Invece di limitarsi alle analisi di laboratorio, il team ha deciso di affrontare il problema dal punto di vista pratico del cantiere, ricostruendo realmente una malta idrofobica romana a base di calce e laterizio frantumato. L’obiettivo principale era comprendere il ruolo dell’acqua nella preparazione dell’opus signinum, tema quasi mai affrontato nelle precedenti ricostruzioni sperimentali del cemento romano. Gli autori sottolineano infatti che molti studi si erano concentrati soprattutto su: composizione delle malte, proprietà meccaniche, reazioni pozzolaniche e analisi mineralogiche trascurando invece le necessità idriche reali di un cantiere romano. Per l’esperimento sono stati utilizzati:
- calce,
- aggregati sabbiosi,
- laterizi frantumati,
- acqua misurata con precisione,
- tecniche manuali di miscelazione e stesura.
I ricercatori hanno inoltre collaborato con artigiani esperti in lavorazioni tradizionali della calce, aspetto molto importante perché la ricerca non voleva semplicemente ottenere una formula chimica corretta, ma ricostruire anche il comportamento reale del materiale durante la lavorazione. Fra gli aspetti più interessanti emersi durante l’esperimento:
- Il cocciopesto richiede molta più acqua del previsto
Uno dei risultati principali dello studio è che le malte con laterizio frantumato assorbono enormi quantità d’acqua durante la preparazione. I frammenti ceramici funzionano infatti come materiali molto porosi, capaci di sottrarre rapidamente umidità all’impasto.
- La consistenza cambia continuamente durante la lavorazione
I ricercatori osservano che l’impasto modifica comportamento e lavorabilità nel tempo, costringendo gli operatori ad aggiungere acqua progressivamente durante le diverse fasi del lavoro. Questo suggerisce che i cantieri romani dovessero avere una gestione dell’acqua molto più organizzata di quanto spesso si immagini.
- La lisciatura finale era fondamentale per l’impermeabilità
Lo studio evidenzia che l’effetto idrofobico non dipendeva solo dalla composizione della malta, ma anche dalla compattazione e dalla lavorazione superficiale finale. La chiusura dei pori ottenuta durante la lisciatura modificava fortemente il comportamento dell’acqua sulla superficie.
- L’opus signinum non era un semplice “cemento”
L’esperimento mostra chiaramente che il cocciopesto lavorava più come un sistema superficiale complesso che come una comune malta strutturale. Era pensato soprattutto per: impermeabilizzare, resistere all’umidità, controllare l’assorbimento dell’acqua, proteggere strutture idrauliche.
- Le esigenze idriche avevano implicazioni logistiche enormi
Uno dei temi più originali dello studio riguarda proprio la logistica del cantiere romano. Se grandi quantità d’acqua erano necessarie solo per preparare le malte idrauliche, significa che acquedotti, cisterne e sistemi di approvvigionamento erano essenziali anche durante la costruzione stessa delle opere romane.
Il dato forse più interessante emerso dalla ricerca è che il cocciopesto romano appare molto meno “misterioso” e molto più legato a una conoscenza pratica estremamente raffinata dei materiali. I Romani sembrano aver sviluppato un sistema costruttivo basato non solo sulla composizione delle malte, ma anche sulla gestione dell’acqua, dei tempi di lavorazione e della compattazione superficiale.
Dall’Università al Cantiere Romano
Lo studio sul cocciopesto nasce per risolvere un problema archeologico
Uno degli aspetti più interessanti della ricerca è il suo approccio estremamente pratico. Lo studio non nasce infatti da un laboratorio di chimica dei materiali, ma da un filone di ricerca archeologico legato alla gestione dell’acqua nei cantieri antichi e alle necessità reali delle costruzioni romane. Il progetto è stato sviluppato da Javier Martínez Jiménez dell’Università di Granada, archeologo specializzato in infrastrutture idrauliche e sistemi costruttivi romani, insieme a Juan Jesús Padilla Fernández ed Elena H. Sánchez López, studiosi legati alle ricerche sull’approvvigionamento idrico e sulle tecnologie costruttive del mondo romano. Il punto di partenza dello studio è molto interessante perché cambia completamente prospettiva: invece di chiedersi soltanto “come era fatto il cocciopesto?”, i ricercatori si sono posti una domanda molto più concreta: quanta acqua serviva davvero per costruire con queste malte? Secondo gli autori, questo tema era stato quasi ignorato negli studi precedenti sul cemento romano, nonostante l’acqua fosse uno degli elementi più critici dell’intero processo costruttivo. La ricerca si collega infatti a un filone più ampio sviluppato da Martínez Jiménez sul rapporto fra:
- edilizia romana,
- acquedotti,
- gestione dell’acqua nei cantieri,
- e logistica delle grandi opere imperiali.
Ed è proprio questo il punto forte dello studio: il cocciopesto non viene trattato come un semplice materiale archeologico da laboratorio, ma come parte di un sistema edilizio reale che coinvolgeva:
- trasporto dei materiali,
- disponibilità d’acqua,
- tempi di lavorazione,
- organizzazione delle squadre,
- approvvigionamento continuo nei cantieri.
Un altro aspetto molto interessante è che l’esperimento è stato sviluppato con un approccio quasi etnografico. Gli autori spiegano infatti di aver raccolto osservazioni dirette durante la lavorazione pratica delle malte, collaborando con artigiani esperti in tecniche tradizionali della calce. Questo ha permesso di registrare dettagli che normalmente non emergono nelle sole analisi chimiche:
- come cambia la consistenza dell’impasto durante il lavoro,
- quanto tempo resta lavorabile,
- quando il laterizio inizia ad assorbire rapidamente acqua,
- quanto incide la compattazione manuale,
- e perfino quanto affaticamento fisico richieda la lavorazione del materiale.
La ricerca insiste molto anche su un altro punto spesso trascurato: l’opus signinum non era un materiale “grezzo” o secondario. Veniva utilizzato nei contesti più delicati dell’architettura romana: terme, acquedotti, cisterne, piscine, vasche, porti, pavimentazioni impermeabili. In pratica, il cocciopesto era uno dei materiali più strategici dell’intera ingegneria idraulica romana. Ed è forse proprio questo che rende lo studio così interessante: per la prima volta il problema dell’impermeabilità romana viene affrontato non soltanto dal punto di vista della chimica dei materiali, ma da quello molto più concreto del cantiere, della manodopera e della gestione pratica della costruzione.
Capire il Cocciopesto Attraverso il Cantiere
Una delle cose più interessanti emerse da questa ricerca è che il cocciopesto romano diventa molto più comprensibile quando lo si osserva fuori dal laboratorio e dentro una situazione reale di lavoro. Durante l’esperimento, problemi apparentemente secondari come la quantità d’acqua disponibile, i tempi di preparazione dell’impasto o la velocità di assorbimento del laterizio frantumato, si sono rivelati decisivi per il comportamento finale della malta.
È un aspetto importante perché cambia il modo di guardare al cosiddetto “cemento romano”. Non come una formula misteriosa legata soltanto alla chimica dei materiali, ma come il risultato di esperienza pratica accumulata nei cantieri: gestione dell’acqua, scelta degli aggregati, tempi di lavorazione e capacità manuale delle maestranze. In questo senso, l’esperimento sull’opus signinum avvicina molto le tecniche romane alle lavorazioni tradizionali della calce ancora utilizzate oggi in alcuni ambiti della bioedilizia e del restauro, dove la riuscita del materiale dipende spesso più dalla lavorazione che dalla semplice composizione teorica della miscela.
Per approfondire tutti i dati sperimentali e le osservazioni raccolte durante la ricostruzione pratica della malta romana, la ricerca completa è disponibile nell’European Journal of Archaeology: “An Experiment Measuring Water Consumption in Roman Hydrophobic Mortar (opus signinum)”.




