Perché le malte dei Romani indurivano anche in acqua?

Calce idraulica antica roma

Per chi costruiva nell’antichità, l’acqua era uno degli ostacoli più difficili da affrontare. Una malta comune funzionava bene all’asciutto, ma in un porto, in una cisterna o nelle fondamenta di un ponte le condizioni cambiavano completamente. I Romani riuscirono a superare questo limite osservando il comportamento di alcuni materiali vulcanici.

La semplice calce non bastava. Mescolata con determinate ceneri provenienti dalle aree vulcaniche, soprattutto nei Campi Flegrei, acquistava una proprietà insolita: continuava a fare presa anche in ambienti molto umidi e, in molti casi, direttamente a contatto con l’acqua. Non era un fenomeno casuale. Con il tempo diventò una tecnica costruttiva ben conosciuta dai costruttori romani.

Questa caratteristica rese possibili opere che fino ad allora richiedevano continui interventi di manutenzione. Porti, moli, terme, acquedotti e grandi cisterne potevano contare su murature molto più stabili, capaci di resistere per decenni in condizioni particolarmente difficili.

Vitruvio descrive già nel I secolo a.C. una terra vulcanica dell’area di Pozzuoli che, unita alla calce e al pietrisco, dava origine a malte in grado di indurire anche sott’acqua. Secoli dopo, le analisi condotte dal progetto ROMACONS e dai ricercatori del MIT e dell’Università di Berkeley hanno mostrato che quelle miscele continuavano a evolversi nel tempo, formando nuovi legami minerali che contribuivano alla loro eccezionale durata.

La forza di queste malte non dipendeva da un solo ingrediente. Contavano la qualità della calce, la natura della pozzolana, gli aggregati utilizzati e l’esperienza di chi preparava l’impasto. Cambiare uno solo di questi elementi poteva modificare il comportamento dell’intera muratura.

Per questo motivo molte opere romane sono ancora in piedi dopo quasi duemila anni. Non perché esistesse una ricetta segreta, ma perché i costruttori avevano imparato a scegliere e combinare i materiali in funzione dell’ambiente in cui l’edificio avrebbe dovuto durare.

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