In alcuni affreschi romani il blu compare in quantità sorprendenti. Soffitti, colonne, dettagli decorativi. Nulla di strano, se non fosse che quel colore era uno dei materiali più difficili da ottenere dell’intero mondo antico. Le terre rosse si raccoglievano quasi ovunque. Le ocre gialle erano comuni. Anche i neri potevano essere prodotti con relativa facilità. Il blu seguiva regole diverse. I minerali adatti erano pochi, spesso lontani dai luoghi di utilizzo e quasi sempre costosi. Per questo motivo la storia del blu non coincide soltanto con la storia di un colore. Racconta qualcosa di più interessante: il tentativo, ripetuto più volte in epoche diverse, di costruire in laboratorio ciò che la natura offriva raramente. La parola “artificiale”, però, può trarre in inganno. Alcuni dei blu più celebri dell’antichità furono effettivamente prodotti dall’uomo, ma nacquero in fornaci, botteghe e officine molto prima che esistesse la chimica moderna. Per arrivare ai primi veri pigmenti sintetici bisognerà attendere ancora molti secoli.
Quando il Blu Veniva “Costruito”
Un piccolo frammento rinvenuto in una tomba egizia può sembrare una semplice polvere azzurra. Analizzato al microscopio racconta invece una storia diversa. Quel materiale non proveniva da una cava di lapislazzuli né da un giacimento di azzurrite. Era stato prodotto intenzionalmente. Sabbia silicea, composti del rame, calcare e fondenti venivano riscaldati fino a trasformarsi in un composto completamente nuovo. Oggi lo chiamiamo Blu Egizio. La data esatta della scoperta rimane discussa, ma le testimonianze più antiche compaiono in Egitto già nel III millennio a.C. Da lì la tecnologia si diffuse progressivamente nel Mediterraneo, arrivando anche nelle officine greche e romane.
Qualcosa di simile accadde molti secoli dopo in Cina. Tra il periodo degli Stati Combattenti e la dinastia Han comparve un altro pigmento ottenuto artificialmente: il Blu Han. Anche in questo caso il colore non veniva estratto dalla natura già pronto all’uso. Doveva essere creato attraverso la lavorazione di minerali e la cottura ad alta temperatura. Dall’altra parte del pianeta, nelle città della Mesoamerica, prese forma una terza soluzione. Il Blu Maya nasceva dall’unione di un colorante derivato dall’indaco con una particolare argilla naturale. Il risultato era così stabile da sopravvivere per secoli all’umidità, alle piogge tropicali e persino a molti agenti chimici.
A questo punto potrebbe sembrare che la storia dei pigmenti sintetici inizi qui. In realtà manca ancora un elemento fondamentale. Gli artigiani egizi, cinesi e maya conoscevano il procedimento, non la chimica che lo rendeva possibile. Lavoravano attraverso esperienza, tentativi e conoscenze tramandate. Nessuno parlava di molecole, strutture cristalline o reazioni chimiche. Per questo motivo il Blu Egizio, il Blu Han e il Blu Maya occupano una posizione particolare nella storia dei materiali. Non sono semplici pigmenti naturali, ma nemmeno pigmenti sintetici nel significato moderno del termine. Rappresentano una categoria intermedia: colori costruiti dall’uomo in un’epoca in cui la chimica era ancora lontana dall’essere una scienza.
La Nascita dei Blu “Moderni”
A un certo punto, molte di quelle conoscenze sembrano spegnersi. Il Blu Egizio, così presente nel mondo romano, scompare quasi del tutto dopo la fine dell’Impero. Il Blu Han resta legato alla storia materiale della Cina antica. Il Blu Maya continua a vivere nei reperti, nei muri, nelle ceramiche e nei codici, ma non diventa una tecnologia universale del colore. Il risultato è curioso. Dopo avere imparato a costruire il blu, l’uomo torna per secoli a cercarlo quasi soltanto nella natura. Azzurrite, lapislazzuli, smalti vetrosi, minerali più o meno stabili. Il blu rimane difficile, caro, spesso incerto. Non bastava desiderarlo. Bisognava trovarlo, estrarlo, trasportarlo, macinarlo, purificarlo. E anche dopo tutto questo lavoro il risultato non era sempre garantito. La vera svolta arriva quando il colore smette di essere soltanto una materia da cercare e diventa una materia da provocare.
Un pigmento artificiale moderno nasce proprio da questo passaggio. Non si prende una pietra blu e la si riduce in polvere. Si parte da sostanze che, prese da sole, possono non avere affatto quel colore. Sali metallici, ossidi, composti minerali, fondenti, carbone, zolfo, ferro, cobalto, alluminio. Poi si controllano calore, reazione, ossidazione, precipitazione, lavaggio, macinazione. Alla fine compare una sostanza nuova. Questo è il punto che spesso sfugge. Un pigmento artificiale non è semplicemente un colore “fatto dall’uomo”. È un materiale con una propria struttura chimica, creato perché la reazione tra gli ingredienti genera un corpo colorato stabile. Il blu non viene aggiunto alla miscela. Nasce dentro la miscela.
Blu di Prussia
1706
La nascita del primo pigmento sintetico moderno è legata a un errore. Nei primi anni del Settecento, a Berlino, il coloraio Johann Jacob Diesbach stava lavorando alla produzione di una lacca rossa quando si accorse che qualcosa non aveva funzionato come previsto. Alcuni reagenti contaminati produssero un precipitato di un intenso colore blu scuro. Quel materiale, successivamente chiamato Blu di Prussia, non esisteva in natura. Non derivava dalla macinazione di una pietra né dalla lavorazione di un minerale blu. Era il risultato di una reazione chimica che aveva generato una sostanza completamente nuova. Per la prima volta il colore non veniva estratto dalla terra ma costruito in laboratorio. Oltre alla sua intensità cromatica, il nuovo pigmento aveva un enorme vantaggio economico. Costava una frazione del preziosissimo oltremare ottenuto dal lapislazzuli e poteva essere prodotto in quantità molto maggiori. In pochi decenni conquistò pittori, tipografi, tessitori e produttori di carte da parati in tutta Europa.
Blu di Cobalto
1802
Per quanto rivoluzionario, il Blu di Prussia presentava alcuni limiti di stabilità e comportamento nelle tecniche artistiche. Nel 1802 il chimico francese Louis Jacques Thénard sviluppò un nuovo pigmento basato sull’ossido di cobalto e sull’ossido di alluminio. Il risultato era un blu più luminoso, pulito e stabile alle alte temperature. A differenza del Blu di Prussia, che nasce da una precipitazione chimica in soluzione, il Blu di Cobalto viene ottenuto attraverso la calcinazione di composti minerali portati ad alte temperature. Durante la cottura gli elementi si combinano formando una nuova struttura cristallina responsabile della colorazione. Molti pittori dell’Ottocento apprezzarono particolarmente questo pigmento per la sua resistenza alla luce e per la sua tonalità brillante.
Blu Oltremare Artificiale
1828
Per secoli il blu più prestigioso d’Europa era stato quello ricavato dal lapislazzuli proveniente dall’Afghanistan. Il problema era il costo. Nel 1828 il chimico francese Jean-Baptiste Guimet riuscì a riprodurre artificialmente un pigmento molto simile all’oltremare naturale utilizzando argilla, silice, soda, carbone e zolfo. L’operazione rappresentò una svolta enorme. Un colore che per secoli era stato riservato a principi, papi e grandi committenti divenne improvvisamente accessibile. Dal punto di vista chimico il principio era completamente diverso da quello del Blu di Prussia. In questo caso il colore nasceva all’interno di una struttura minerale artificiale costruita durante la cottura in forno. L’industria poteva finalmente produrre tonnellate di un blu fino a quel momento considerato quasi prezioso quanto l’oro.
Blu Ceruleo
1860
Il cielo limpido delle giornate estive deve molto alla diffusione di questo pigmento. Il Blu Ceruleo deriva principalmente da composti di cobalto e stagno sottoposti a calcinazione. Sebbene le prime formulazioni risalgano alla prima metà dell’Ottocento, la sua diffusione commerciale avvenne soprattutto nella seconda metà del secolo. La caratteristica che lo rese celebre fu la tonalità chiara e leggermente verdastra, particolarmente apprezzata nella pittura di paesaggio. Anche in questo caso il pigmento non esiste in natura nella forma utilizzata dagli artisti. È il risultato di una trasformazione controllata di materie prime minerali.
Blu YlnMn
2009
Per quasi due secoli nessun nuovo pigmento blu di grande importanza era riuscito a imporsi nel panorama mondiale. Sembrava che la chimica avesse ormai esplorato tutte le possibilità. La sorpresa arrivò nel 2009 nei laboratori della Oregon State University, a Corvallis, Stati Uniti. Durante una ricerca dedicata a nuovi materiali elettronici, il chimico Mas Subramanian e il suo gruppo osservarono un risultato inatteso. Una miscela di ossido di ittrio (Y), ossido di indio (In) e ossido di manganese (Mn), sottoposta a temperature elevate, aveva prodotto un blu straordinariamente intenso. Da queste tre iniziali nasce il nome YInMn. Come nel caso del Blu di Prussia tre secoli prima, anche qui una scoperta avvenuta durante una ricerca con obiettivi completamente diversi portò alla nascita di un nuovo colore.
Una Storia Dietro Ogni Blu
Pochi colori hanno lasciato una traccia così particolare nella storia dei materiali. Una terra rossa può essere raccolta quasi ovunque. Un’ocra gialla affiora spontaneamente in molte regioni del pianeta. Il blu, invece, ha quasi sempre richiesto qualcosa in più: una scoperta, una tecnologia, una conoscenza da tramandare o una ricerca da sviluppare. Forse è anche per questo che dietro molti dei blu più celebri esiste una storia che va ben oltre il colore stesso.
Il Blu Egizio racconta le fornaci e gli artigiani che, oltre quattromila anni fa, riuscirono a creare qualcosa che la natura offriva solo raramente. Il Blu Han parla della straordinaria conoscenza dei materiali raggiunta nell’antica Cina. Il Blu Maya conserva ancora oggi il ricordo di tecniche che hanno attraversato i secoli sopravvivendo al clima tropicale e al tempo. Con il Blu di Prussia la storia cambia direzione. Entrano in scena laboratori, chimici, errori fortunati e nuove idee. L’Oltremare artificiale rende accessibile un colore che per secoli era stato riservato ai committenti più ricchi. Il Blu YInMn dimostra che, persino nel XXI secolo, esistono ancora nuove strade da esplorare.
Non sono semplicemente colori. Sono il risultato di tentativi, intuizioni, errori, esperimenti e conoscenze che hanno attraversato generazioni diverse. Ogni volta che osserviamo uno di questi pigmenti blu stiamo guardando molto più di una sfumatura. Stiamo osservando un frammento della storia umana, raccontato attraverso il colore che più di ogni altro è stato difficile conquistare.


