• Storia del Rosso Cinabro Vermiglione

10 Esempi di Utilizzo del Cinabro Attraverso 8000 Anni di Storia

Un villaggio neolitico dell’Anatolia. Una tomba monumentale della Spagna preistorica. Un sovrano Maya sepolto nella giungla del Messico. Una parete dipinta di Pompei. Un dipinto rinascimentale conservato in una chiesa italiana. A prima vista questi luoghi non hanno nulla in comune. Sono separati da migliaia di anni, da continenti diversi e da culture che non si sono mai incontrate. Eppure gli archeologi continuano a trovare lo stesso materiale. Si tratta del cinabro, un minerale dal colore rosso intenso che accompagna la storia umana da oltre ottomila anni. In alcuni casi veniva utilizzato per decorare edifici, in altri per colorare oggetti di prestigio. Talvolta compare nelle tombe, altre volte sulle pareti di edifici pubblici o nelle opere d’arte destinate alle persone più ricche e influenti del loro tempo. La sua presenza è tanto diffusa quanto sorprendente. Esistevano infatti altri pigmenti rossi più semplici da reperire, meno costosi e molto più comuni. Nonostante questo, il cinabro continuò a essere estratto, trasportato e commerciato per millenni. Seguire le sue tracce significa attraversare una parte importante della storia dei colori. I dieci esempi che seguono mostrano come un singolo pigmento sia riuscito a lasciare il proprio segno in luoghi e periodi storici lontanissimi tra loro.

10- Çatalhöyük

Turchia, 7400–6200 a.C.

Quando gli archeologi iniziarono a scavare le case di Çatalhöyük, nell’Anatolia centrale, trovarono qualcosa che non si aspettavano: i morti erano spesso sepolti sotto i pavimenti delle abitazioni, e attorno ad alcune sepolture comparivano tracce di pigmenti rossi. Per molto tempo si è parlato soprattutto di ocra. Le analisi più recenti, però, hanno mostrato che in diversi casi era presente anche il cinabro, un minerale ricco di mercurio molto più raro delle comuni terre rosse. Non compare ovunque nel sito e non sembra distribuito casualmente: è associato ad alcune deposizioni funerarie e a pratiche che dovevano avere un significato particolare per la comunità. Questo dettaglio rende Çatalhöyük importante nella storia dei pigmenti. Oltre ottomila anni fa gli abitanti del villaggio avevano già accesso a colori rossi facilmente reperibili, eppure scelsero talvolta un materiale più difficile da ottenere. È una delle prime testimonianze documentate dell’uso del cinabro e mostra che il valore attribuito a certi pigmenti nasce molto prima delle grandi civiltà storiche.

Sito di Çatalhöyük, Turchia

9- La Marmotta

Lazio, 5700–5150 a.C.

Molto prima della nascita di Roma, sulle sponde del lago di Bracciano esisteva già un villaggio affacciato sull’acqua. Le abitazioni erano costruite in legno, le canoe collegavano le diverse aree dell’insediamento e la vita seguiva il ritmo delle prime comunità agricole della penisola italiana. Quando il livello del lago cambiò, parte del villaggio finì lentamente sommersa e rimase protetta dal fango per migliaia di anni. È proprio questa conservazione eccezionale ad aver restituito uno dei più ricchi archivi del Neolitico europeo. Fra gli oggetti recuperati dagli archeologi compaiono anche tracce di cinabro, un pigmento che difficilmente ci si aspetterebbe di trovare in un piccolo villaggio lacustre del VI millennio a.C. La sua presenza suggerisce che materiali, idee e conoscenze circolassero già lungo percorsi molto più ampi di quanto si immaginasse fino a pochi decenni fa. Guardando oggi quel rosso, la cosa più sorprendente non è il colore. È la distanza che ha percorso nel tempo. Più di settemila anni separano gli abitanti della Marmotta dai pittori romani, medievali e rinascimentali che avrebbero continuato a utilizzare lo stesso pigmento.

8- Tomba di Fu Hao

Cina, 1200 a.C.

Quando gli archeologi aprirono la tomba di Fu Hao nel 1976, trovarono qualcosa di eccezionale. A differenza della maggior parte delle sepolture reali della dinastia Shang, il complesso non era stato saccheggiato e conservava ancora migliaia di oggetti deposti oltre tremila anni prima. Fu Hao non era una figura qualunque. Le iscrizioni su ossa oracolari la ricordano come comandante militare, sacerdotessa e consorte del re Wu Ding. Il corredo funerario riflette perfettamente questa posizione: armi in bronzo, vasi rituali, giade, avori e migliaia di conchiglie utilizzate come mezzo di scambio. Nella Cina dell’età Shang il rosso occupava già un posto particolare nelle pratiche religiose e funerarie. Proprio in questo periodo il cinabro compare sempre più frequentemente nei contesti legati al potere e al culto degli antenati, una tradizione destinata a proseguire per secoli nelle dinastie successive. La tomba di Fu Hao rappresenta uno dei momenti più antichi in cui questo legame tra prestigio, ritualità e colore rosso appare chiaramente documentato. Molto prima degli imperatori, delle lacche rosse e dell’alchimia cinese, il cinabro stava già diventando uno dei materiali simbolici più importanti dell’Asia orientale.

Tomba della Regina Fu Hao, Anyang, Cina

7- La Regina Rossa di Palenque

Messico, 683 d.C.

Per oltre tredici secoli nessuno vide ciò che si trovava all’interno della camera funeraria nascosta accanto alla piramide di K’inich Janaab’ Pakal. Quando gli archeologi entrarono nella tomba, nel 1994, il primo elemento a colpire non fu un gioiello né una scultura. Fu il colore. Ovunque compariva la stessa polvere rossa. Ricopriva le ossa, il sarcofago e gli oggetti deposti accanto alla defunta. Ancora oggi è difficile osservare le fotografie dello scavo senza capire immediatamente il motivo per cui quella sepoltura sia passata alla storia come la Tomba della Regina Rossa. Quel rosso proveniva dal cinabro. La donna sepolta nel Tempio XIII apparteneva quasi certamente agli ambienti più elevati della corte maya di Palenque. La sua identità continua a essere discussa, ma il trattamento funerario ricevuto lascia pochi dubbi sul suo rango. Nulla, all’interno della tomba, suggerisce una sepoltura ordinaria. Fra le foreste del Chiapas e le città maya del VII secolo il cinabro conservava quindi lo stesso prestigio che aveva avuto in luoghi lontanissimi tra loro. Migliaia di anni dopo Çatalhöyük e la Marmotta, quel pigmento raro continuava a comparire accanto a persone considerate speciali. Questa volta non sulle pareti di una casa o tra i reperti di un villaggio neolitico, ma nel cuore di una delle più celebri sepolture dell’America precolombiana.

La Regina Rossa di Palenque

6- Villa dei Misteri

Pompei, 79 d.C.

Chi entra nella Villa dei Misteri tende a ricordare soprattutto il rosso. Non le figure, non i dettagli dei volti, non la complessa sequenza di scene che ha reso celebre questo ambiente fin dall’inizio del Novecento. Prima di ogni altra cosa rimane impresso quel colore intenso che avvolge l’intera sala. Quando queste pareti furono dipinte, il cinabro era uno dei pigmenti più costosi disponibili nel mondo romano. Plinio il Vecchio racconta che il suo prezzo era regolato per legge e che veniva riservato alle decorazioni più prestigiose. Non era un colore da utilizzare con leggerezza. Nella Villa dei Misteri il rosso non occupa piccoli dettagli o elementi secondari. Domina lo spazio. Fa da sfondo alle figure e contribuisce a creare quell’effetto teatrale che ancora oggi colpisce chi osserva gli affreschi. A differenza dei casi precedenti della nostra lista, qui il cinabro non accompagna una sepoltura né un rituale funerario. È entrato nell’architettura domestica di una delle residenze più ricche dell’area vesuviana, trasformando il colore in un simbolo visibile di prestigio e ricchezza. Quando il Vesuvio eruttò nell’autunno del 79 d.C., quelle pareti rimasero sepolte sotto cenere e lapilli. Quasi duemila anni dopo continuano a rappresentare una delle immagini più celebri della pittura romana.

Villa dei Misteri a Pompei rosso cinabro

5- Grotte di Kizil

Cina, 300-600 d.C

Nel margine occidentale del deserto del Taklamakan, nell’attuale Xinjiang, centinaia di grotte scavate nella roccia conservano uno dei più antichi cicli di pittura buddhista dell’Asia. Quando monaci, mercanti e pellegrini percorrevano la Via della Seta, Kizil era già una tappa importante. Le pareti delle grotte venivano ricoperte di immagini dedicate alla vita del Buddha, a racconti religiosi e a figure celesti destinate ad accompagnare la meditazione e il culto. Fra i pigmenti identificati dagli studi scientifici compare anche il cinabro. Non si tratta del protagonista assoluto delle decorazioni, ma di uno dei materiali scelti per ottenere tonalità rosse particolarmente intense all’interno di un repertorio cromatico molto ricco che comprendeva anche azzurrite, malachite e altri pigmenti minerali. Ancora oggi, osservando alcune porzioni conservate delle pitture, è possibile percepire quanto il colore fosse importante nell’effetto visivo originario delle grotte.

Grotte di Kizil con rosso cinabro

4- Beato di Facundus

Spagna, 1047 d.C.

Nel 1047 il miniatore Facundus completò uno dei manoscritti più straordinari del Medioevo europeo. Realizzato per il re Ferdinando I di León e per la regina Sancha, il codice raccoglie il celebre commento all’Apocalisse attribuito a Beato di Liébana e contiene quasi un centinaio di miniature. Le pagine non erano pensate per essere osservate da lontano come un affresco o una decorazione murale. Ogni immagine richiedeva uno sguardo ravvicinato. Figure, architetture e scene tratte dal Libro dell’Apocalisse si susseguono in una sequenza di colori vivaci che ancora oggi sorprende per intensità e conservazione. Fra questi colori il rosso occupa una posizione particolare. Mantelli, cornici, dettagli architettonici e numerosi elementi decorativi contribuiscono a creare un forte contrasto con i gialli, i blu e i verdi che caratterizzano il manoscritto. A differenza degli esempi precedenti, qui il pigmento non riveste una tomba, non accompagna un rituale e non ricopre le pareti di un edificio. È racchiuso fra le pagine di un libro destinato alla corte reale di León, un oggetto prezioso che univa fede, arte e potere in un’unica opera. Dopo millenni di utilizzo su sepolture, edifici e pitture monumentali, il lungo viaggio del cinabro era arrivato anche nel mondo delle miniature medievali.

3- Maestà di Duccio

Siena, 1308-1311 d.C.

Quando la Maestà venne completata per il Duomo di Siena, la città stava attraversando uno dei momenti più prosperi della propria storia. L’opera era destinata all’altare maggiore e doveva essere vista da fedeli, pellegrini e rappresentanti delle istituzioni cittadine. Le dimensioni erano impressionanti. Ancora più impressionante doveva essere l’effetto complessivo prodotto dall’oro e dai colori quando la pala si trovava nella sua collocazione originaria. Duccio costruì gran parte della forza visiva dell’opera attraverso il dialogo tra superfici dorate e tonalità intense. I rossi occupano un ruolo importante in questo equilibrio e compaiono nei mantelli, nei dettagli decorativi e in numerosi elementi delle scene che compongono il grande complesso pittorico. A differenza delle miniature medievali, osservabili da vicino, la Maestà era pensata per uno spazio monumentale. Il colore doveva rimanere leggibile anche a distanza e contribuire all’impatto generale dell’opera. Nei secoli in cui il cinabro e il vermiglione rappresentavano ancora alcuni dei rossi più preziosi a disposizione dei pittori europei, lavori come questo mostrano quanto il pigmento fosse ormai entrato stabilmente nel linguaggio della grande pittura sacra. Più di quattromila anni dopo le prime testimonianze documentate del suo utilizzo, il lungo viaggio del cinabro proseguiva così nelle botteghe dei maestri italiani del Trecento.

dettaglio del duccio di Boninsegna

2- Le Nozze di Cana

Venezia, 1563

A prima vista è difficile sapere dove guardare. La tela misura quasi dieci metri di altezza e più di sei di larghezza. Decine di tavole imbandite, architetture monumentali, servitori, nobili e musicisti occupano ogni parte della scena. Veronese riempie lo spazio senza lasciare zone vuote e trasforma un episodio del Vangelo in un grande spettacolo pubblico. Fra i colori che attraversano il dipinto, il rosso è uno dei più presenti. Compare negli abiti degli invitati, nei mantelli delle figure principali e in numerosi dettagli distribuiti lungo tutta la composizione. In alcuni punti emerge con forza, in altri accompagna il movimento dello sguardo quasi senza farsi notare. Il risultato è una rete di richiami visivi che collega persone e gruppi lontani tra loro. Nel Cinquecento veneziano i pigmenti rossi più preziosi erano ormai parte integrante delle grandi botteghe cittadine. Le Nozze di Cana mostrano bene questa fase della storia del colore: il rosso non è più un materiale raro riservato a un oggetto speciale o a una sepoltura, ma uno degli elementi con cui i pittori costruiscono immagini sempre più complesse e spettacolari. Osservando oggi la tela conservata al Louvre, colpisce quanto quel colore riesca ancora a emergere all’interno di una scena tanto affollata. A migliaia di anni dalle prime testimonianze del suo utilizzo, il cinabro continuava a occupare un posto di primo piano nella pittura europea.

Le nozze di Cana con rosso cinabro

1- La Morte di Sardanapalo

Francia, 1827

Quando Eugène Delacroix presentò La morte di Sardanapalo al Salon del 1827, molte delle critiche non riguardarono il soggetto o la composizione. A colpire il pubblico fu soprattutto il colore. La scena è dominata da un’immensa distesa di rossi. Il grande letto sul quale giace il sovrano assiro sembra quasi incendiare l’intero dipinto. Attorno ad esso si muovono figure, tessuti, cavalli, armi e gioielli in un vortice che lascia poco spazio al riposo dello sguardo. Nessuna delle opere presenti in questa lista affida al rosso un ruolo tanto evidente. Nelle tombe preistoriche il pigmento accompagnava i defunti. Nelle miniature medievali occupava pochi centimetri di pergamena. Nelle grandi pale d’altare dialogava con l’oro e con gli altri colori. Qui, invece, conquista il centro della scena e diventa il vero protagonista dell’opera. Delacroix apparteneva a una generazione di pittori che vedeva nel colore uno strumento espressivo potente quanto il disegno. In La morte di Sardanapalo questa idea raggiunge una delle sue manifestazioni più celebri. Il rosso non descrive semplicemente gli oggetti: costruisce l’atmosfera del dipinto e ne determina l’impatto emotivo. Quando l’opera venne realizzata, il cinabro e il vermiglione erano ancora fra i rossi più apprezzati nelle botteghe europee. Di lì a pochi decenni sarebbero comparsi nuovi pigmenti industriali destinati a cambiare profondamente la tavolozza dei pittori.

La morte di Sardanapalo con rosso cinabro vermiglione